mercoledì 30 novembre 2016

Omaggio o Plagio? La controversa copertina di "Le Migliori" ultimo album di Mina e Celentano

Quando l'Album è uscito è stato scalpore, ma non per le canzoni in esso contenute bensì per la copertina che a giudizio del fotografo americano inventore del prestigioso blog "Advanced Style" sarebbe stata decisamente copiata da una sua immagine.

A voi il giudizio.

Nel link sottostante il mio articolo sulla controversa vicenda per Fare Musica e Dintorni - FMD.




http://faremusic.it/2016/11/29/il-caso-della-copertina-di-le-migliori-di-minacelentano/#

I Tempi stanno cambiando - The Times They Are - A Changin' - Bob Dylan

Sul Blog Fare Musica e Dintorni - FMD abbiamo dato vita ad una rubrica che ha lo scopo di analizzare e pubblicare i testi delle canzoni del Premio Nobel per la Letteratura 2016.
Nel link sottostante il mio contributo su uno dei brani più intensi e "politici" del grande songwriter americano.





                                    http://faremusic.it/2016/11/24/i-tempi-stanno-cambiando/

domenica 23 ottobre 2016

Responsabilità


Esserci sempre
Farsi da parte
Non prenotare un altrove
Dissetare le piante
Telefonare a mia mamma
Temperare matite
Prendere appunti
Segnare in agenda
Pensare al Natale
Profumare i cassetti
Far brillare gli specchi
Telefonare a tua mamma
Non perdere le chiavi
Aprire la posta
Prenotare il dentista
Accompagnarli a una mostra
Dare sicurezza
Metterci il cuore
Averne cura
Coltivare piccoli semi
Organizzare una festa
Preparare una torta
Parlarle per ore
Non perdersi d’animo
Infondere coraggio
Essere sempre accesa
Leggere a voce alta
Saper aspettare
Promettere e mantenere
Non dar retta all'autunno
Scrivere poesie
Ascoltare Stan Getz
Passare da mia mamma
Telefonare alla tua


                         "Gemse la regina del bosco" (olio e sabbia su tela f.to 100x12) 
                                 Opera di Alessandro Sala - www.alessandrosala.com

domenica 22 maggio 2016

Hai due figli artisti. Che fortuna!


Samuele "Sam" Puppo




















Valeria Chiara Puppo


Il lavoro che i miei figli hanno scelto è una strada in salita, sono fatiche immense in fondo alle quali a volte sfociano sorrisi, abbracci, strette di mano, soddisfazioni; molte altre volte piccole, grandi, grandissime delusioni. 

I mestieri che i miei figli hanno scelto per la vita sono decisioni difficili; sono appuntamenti ai quali presentarsi puliti, profumati e preparati; sono treni che passano una sola volta e magari nessuno sale; sono imparare a dire No e a gestire al meglio i propri Si; sono corse ad ostacoli; sono fregature; sono rari e creativi incontri tra anime affini in mezzo ad una marea di furbetti improvvisati che del talento comprendono solo il “no budget”: 
Samuele vuoi suonare gratis? Valeria vuoi ballare gratis? Senza pensare che dietro a quelle persone, a quegli artisti, ci sono anni di lavoro, d’impegno, di tempo, di rinunce, di soldi spesi a lezione dai migliori, di viaggi, di lavori stagionali come cameriera per volare a New York e studiare a Broadway,  di risparmi e sacrifici  in famiglia per comprare quella chitarra, quell'amplificatore, quel pedale.

Far parte di tutto questo come madre e “sponsor” significa arrabbiarsi per l'insensibilità, l’ignoranza, l'arroganza di tanti, significa soprattutto vivere nel backstage delle loro impegnative esistenze restando se possibile in silenzio (ma quando occorre farsi sentire) e SEMPRE ASSOLUTAMENTE uno, due, dieci, venti passi indietro perché i protagonisti sono loro, lo spazio è il loro, il tempo è il loro. 
Tu, al massimo, sei stata l'arco dal quale la freccia ha preso slancio e traiettoria; la fiamma che ha acceso il falò. E se proprio vuoi renderti utile devi lavorare nell'ombra, fare in modo che il fuoco non si spenga e custodire pazientemente la brace senza addormentarti mai, anche quando le palpebre si fanno pesantissime.

È così, io che conosco ogni retroscena delle loro scelte, applaudo tra il pubblico ma sempre molto meno di quanto dovrei visto che so quanto tempo ed impegno c'è voluto dietro a quelle note, a quel cd presentato con leggerezza, a quel preciso passo di danza. 
Confesso che a volte sorrido ma dentro mi si stringe il cuore dalla preoccupazione per una voce rotta dall’allergia, per un dolore all'ileopsoas o semplicemente perché sono le tre del mattino e alle sei e venti qualcuno si alzerà per andare a scuola.

Esserci sempre, ma un po’ di lato, è il mio modo di voler bene e aiutare i miei due figli artisti. 
Esserci sempre vuol dire anche interrogarsi sul loro futuro senza illusioni; vedere in una proposta un’ottima possibilità verso il successo e accettare il fatto che non la vogliano prendere in considerazione neppure un istante; vuol dire dispiacersi se non vengono compresi ma decidere di non proteggerli troppo, consapevole che le avversità li renderanno forti. (E qui volutamente tralascio la parte relativa a presunti finti amici, approfittatori, avvoltoi, collaboratori inaffidabili usa e getta e via così).
Esserci vuol dire gioire in silenzio quando solo e soltanto con le loro forze (perché a casa nostra è così che si fa) vincono un premio o sono ammessi ad un bando europeo, ed essere ancora più contenta quando leggo nei loro occhi l’intima soddisfazione per aver fatto bene quel che sanno fare.

Ieri sera gli allievi del Laboratorio di Danza di mia figlia Valeria, a Genova, hanno fatto una bellissima performance al Teatro Garage. Dietro ai loro gesti e alla loro energia ho visto molto di lei, della sua dedizione alla danza e all'insegnamento, frutto di una ricerca continua vissuta sulla pelle con graffi e ferite, cadute e risalite, sempre in prima persona. Vederla sorridere alla fine di tutto mi ha resa felice per lei e mi ha fatto ripensare a quella sua infinita ed instancabile danza vissuta, sudata, sofferta e masticata tra le piccole scuole locali dei suoi tre anni appena, le scuole di Genova e la grande, prestigiosa Accademia di Milano. Un percorso lunghissimo e costoso in ogni senso, non privo di ostacoli, di lacrime, d'incertezze e di telefonate lunghissime nei momenti di crisi, quando mollare tutto sembrava più facile del continuare. 
Ma a casa nostra: “Quando inizi una cosa la finisci”. E così è arrivata felicemente al diploma.
A luglio Samuele studierà due settimane a Perugia perché è stato ammesso alle Clinics per chitarristi della Berklee Summer School di Boston nell’ambito di Umbria Jazz. 
Io sarò con lui come sono stata a Pistoia per il blues e ovunque la musica lo abbia portato fino ad oggi. Sarà bellissimo, entusiasmante e come sempre impegnativo perché si tratta di piccoli passi verso qualcosa che non sappiamo, che non ha forma e che per ora ha solo il colore dei sogni.

Ma questi mestieri sono così: si salta nel buio. Ci si lancia senza paracadute.
Chi decide di aiutare i figli ad inseguire passioni e talenti è sicuramente fortunato, ma deve a sua volta mettersi in gioco, deve crescere, deve imparare a correre, a fare le valigie in fretta e chiudersi la porta di casa dietro le spalle, deve adattarsi con gioia e ottimismo ai cambiamenti, essere duttile e soprattutto prepararsi a vederli volare via. 

E se il volo sarà breve, ancora una volta essere lì, pronta ad abbracciarli e a ringraziarli per aver comunque provato a dar sole, vento e aria alle loro splendide ali. 
















giovedì 31 dicembre 2015

Tempo di cicatrici





Chiudo l'anno con nuove bruciature, frutto della mia sbadataggine in cucina: fanno male, ma sono nulla se paragonate alle bruciature e alle delusioni che ho subito negli ultimi due anni da persone che pensavo leali.

Per carattere tendo a fidarmi di chiunque, lo faccio perché mi viene spontaneo, lo faccio perché detesto dubitare, lo faccio perché cerco di essere corretta e mi illudo che gli altri facciano altrettanto con me.

In questo biennio ho avviato collaborazioni nelle quali ho investito tempo e fatica che si sono rivelate dannose. Ho dato fiducia a persone che hanno sfruttato la mia credibilità e le mie conoscenze per poi farsi strada da sole, fingendo di dimenticare patti ed accordi. Il tutto per sgomitare un po', per guadagnare qualcosa in più, per nuotare ed arrivare primi in quell'immenso oceano di melma dove è costretto a tuffarsi chi, come me, decide di fare il proprio mestiere da freelance senza protettori politici, cercando di stare a galla, possibilmente senza bere.

Le scottature sono state tante, ma mi hanno resa saggia perché ho scelto di viverle con razionalità, facendo in modo che fossero opportunità per imparare qualcosa di più e di nuovo del mondo e della realtà che mi circonda, specie nei settori di mia competenza dove noi liberi professionisti della creatività e della comunicazione lottiamo per sopravvivere.

Arrabbiata? No. Solo delusa, anche se mi ripeto che non sarebbe il caso perché il callo a queste cose dovrei averlo fatto visto che non ho iniziato ieri a lavorare e ho bazzicato ambienti per nulla facili, intrisi di veleni che farebbero arrossire Lucrezia Borgia!

Questo piccolo sfogo-bilancio di fine anno per mettere a fuoco tre cose: 

la prima è che non mio sto lamentando, ma sto semplicemente facendo cronaca; 


la seconda è che auguro alle persone che pensano sia normale calpestare chi cammina al loro fianco, spalancandogli anche le porte, di avere comunque giorni leggeri. Perché? Sicuramente non perché penso che la vita prima o poi pareggi i conti (non lo fa mai e i peggiori vincono sempre) ma perché ritengo che tali soggetti siano talmente bassi nella scala evolutiva da non dovermi abbassare a considerarli nemici e bersaglio d'invettive. 

la terza cosa riguarda me, la scelta consapevole di non arrabbiarmi, la coerenza di andare avanti portando nel cuore i valori in cui credo senza farmi contaminare da malumori, cattivi pensieri, pessime azioni. Non è una strada facile, comporta molta disciplina e autocontrollo, specie quando l'istinto suggerirebbe di usare il lanciafiamme per ripulire l'ambiente!
Non parlo di perdono, ma di pacificazione personale. L' essere arrabbiati abbruttisce ed è una condizione che ferisce profondamente solo chi la vive. Io voglio dormire tranquilla, voglio piacermi, voglio combattere lealmente, voglio respirare serena e camminare a testa alta tra i vermetti (che farò bene attenzione a non calpestare per non sporcarmi le suole) e i “personaggetti” che si credono importanti.

Detto ciò, dal 2016 che sta arrivando vorrei ricevere in dono solo una maggiore capacità di giudizio, ma se così non fosse e se anche il prossimo anno dovesse essere quello delle fregature e delle delusioni cocenti pazienza, sono pronta ad affrontarlo e a bruciarmi ancora. 

Appartengo ad una stirpe di donne forti. Sono una guerriera. Porto con orgoglio ogni cicatrice.

martedì 1 dicembre 2015

Quel Giorno


Quel giorno la musica è morta

Quel giorno la poesia ha perso le parole

Quel giorno veli insensati e kamikaze bestemmiavano Dio

Quel giorno per ogni sangue un unico odore

Quel giorno la rabbia superava il dolore

Quel giorno i sentimenti erano lame taglienti

Quel giorno gli sguardi erano pietre

Quel giorno le lacrime inondavano i fiumi

Quel giorno la pietà ha saltato il turno

Quel giorno le tv recitavano macabri mantra

Quel giorno abbiamo appeso al chiodo la compassione

Quel giorno essere viva mi faceva sentire in colpa

Quel giorno avrei urlato ad ogni ragazzo e ragazza del mondo di scappare da noi

Quel giorno riuscivo solo a parlare francese



13 novembre 2015 

Per non dimenticare i 129 morti innocenti e gli oltre 350 feriti degli attentati terroristici di Parigi





martedì 3 novembre 2015

Tramontana


Cielo brillante
Bucato che asciuga in un soffio

Profumo di montagna
Sapore di neve
Mare spazzolato a festa

Sartie che fischiano tra gli alberi dei moli
Fiocchi che scalpitano in cerca di bolina

Colore del cielo al tramonto
fitta dolente per creature malinconiche

Febbre di lontananza
Avrei potuto, avresti dovuto

Passi decisi su ombre perfette
Porfidi rotti
Nobili palazzi sbiaditi dal sole

Colori d’autunno che si fanno accesi
Luci, Ombre, Sole
Caldo a mezzogiorno

Freddo improvviso alle 16
Collina nera
Luce lontana in abito rosa

Scende la notte
Camini accesi
Stelle solitarie
Luna feroce



31 ottobre 2015, un sabato


domenica 10 maggio 2015

Il "lavoro" più bello





Essere mamma è stato ed è il mio "lavoro" più bello. 

Non rimpiango un secondo dell'infinità di tempo speso in casa coi miei figli a leggere favole, giocare, disegnare, studiare, cantare, ridere e a volte piangere, rinunciando con piacere ad altre mille possibilità. 

Loro sono la mia luce, la rassicurante penombra e la notte, il sentiero di montagna, un ruscello impetuoso, un lago tranquillo, un mare d'agosto, l'aria fresca del mattino, le ore calde della sera quando il vento dell'est  porta profumi d'oriente.

Loro sono il fuoco che scalda un bivacco, la pioggia di marzo e quella di ottobre, l'estate che esplode all'improvviso e l'autunno che gradualmente si rivela nei suoi colori migliori, fino a ferirci con la sua straordinaria ed inattesa bellezza.

Loro sono la mia gioia, i giorni di festa, le lacrime e gli abbracci, la fatica e l'impegno, il teatro della vita, la mia danza cosmica e la mia musica del cuore. 

Loro sono gli sguardi di delusione, malinconia, dolore che colgo prima, oltre e al di là delle parole. 

Loro sono le emozioni che raccontano e quelle che tacciono, la confidenza e il pudore, la timidezza e il coraggio, la riservatezza e la risposta comica ad una piccola tragedia.

Loro sono la reciprocità, il sostegno, la bellezza di essere fratelli e la fiducia di essere una squadra.

In questo giorno che tutti dedicano alle mamme io ringrazio i miei figli, Valeria e Samuele, per tutto quello che mi hanno insegnato, per avermi permesso di crescere insieme a loro, per aver fatto della ragazzina insicura che ero una donna ed una persona migliore.


martedì 24 marzo 2015

Scuola, le vacanze estive nel mirino di Poletti: "Tre mesi sono troppi". Lettera aperta al ministro del Lavoro




Ministro Poletti, 


le vacanze estive sono il sacro momento della vita degli studenti in cui si ha diritto all'ozio, alla noia, al lavoretto volontario e occasionale, a coltivare i propri hobby. 
Io d'estate leggevo un libro al giorno (dall'Università in poi non ho mai più avuto tempo di farlo), pulivo la casa, mi occupavo a tempo pieno di mio fratello e quando avevo la fortuna di trascorrere con gli zii un mese in campeggio al mare o in montagna, come Heidi, assaporavo la noia e la natura. 
Ho imparato molto di me in termini di pensieri e sentimenti in quelle interminabili estati lontana da casa. Se pioveva si giocava, si chiacchierava, si ascoltavano canzoni. Ho riempito (e custodisco ancora) quaderni e quaderni dei miei giorni di ragazza: cotte, delusioni, sogni, disegni, collage, testi di Dylan, De Andrè, poesie di Ginsberg, note di Fernanda Pivano. 
Quel "buon tempo", quel lusso sfrenato di sprecarlo, non è più tornato, ma ogni istante è impresso nel mio cuore insieme ai volti, alle voci degli amici e alle pagine dei libri di allora: artistiche incisioni sulla cassa di un orologio antico.
Probabilmente, quando la demenza senile avrà definitivamente atrofizzato le mie sinapsi, parlerò a chiunque di quei giorni lenti e di quando, in campeggio, mi alzavo all'alba mentre tutte le roulotte erano ancora ghermite da Morfeo, per poter fare da sola la prima nuotata del mattino. Io, il cielo terso e i gabbiani. 
E poi c'erano le passeggiate in montagna con una cugina più grande alla ricerca di funghi e rifugi impervi dove trovavamo sempre qualcosa da mangiare lasciato lì dagli alpinisti in transito: un tozzo di pane, un formaggio stantio, un po' di miele cristallizzato. E c'erano le mucche che a fine agosto, in Svizzera, scendevano dagli alpeggi. Con gli altri ragazzini facevo chilometri per accompagnarle a valle nelle rispettive stalle. 
Tutto il francese che so, caro ministro, non l'ho imparato facendo uno stage obbligatorio imposto da istituzioni mal funzionanti, ma camminando a lato di vezzose mucche coi fiori in testa che profumavano di fieno e giocando a nascondino insieme a coetanei di altra lingua e cultura, tra prati verdi e boschi incantati. 
Certo, lì c'era la magia dei luoghi, ma ho imparato molto anche da situazioni meno felici.
Estate. Periferia di Torino. Non me lo imponeva nessuno, ma andavo quasi tutti i giorni a trovare una mia nonna anziana e sola per aiutarla a fare il bagno, la spesa, rinvasare i gerani, sistemare le sue immancabili cassette di mele delizie, fare due chiacchiere. 
Piccoli gesti, grandi insegnamenti in un tempo regalato.

Cordialità



Giorno d'estate, Francesco Guccini

Capodanno

Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...