giovedì 4 giugno 2020

PAROLE PER TE




Parole per i tuoi occhi dentro ai quali intuisco oceani di pensieri.

Parole per le tue incertezze ben celate.

Parole per i tuoi entusiasmi: un cluster di note, un assolo di chitarra, una voce emozionante, un arrangiamento, un concerto, un viaggio, un libro.

Parole per il tuo dolcissimo sorriso.

Parole mute per rispettare le porte sbarrate dei tuoi silenzi.

Parole per la tua manina che stringevo nel buio della notte, prima del sonno o camminando vicini.

Parole per la tua mano forte che ora stringe la mia facendomi sentire al sicuro.

Parole per quell'accorgerci reciproco di "qualcosa che non va", quando nei nostri sguardi corrono veloci un'ombra o un punto interrogativo.

Parole per tutto l'impegno, la dedizione alla Musica, l'entusiasmo, la gioia, le illusioni, i sogni e le disillusioni di questi anni.

Parole per le tue note che sempre mi addolciscono il cuore.

Parole per le tue canzoni, mio balsamo e mia cura.

Parole per la tua anima bella e per quella speciale delicatezza fatta di osservazione e di ascolto che sarà sempre la tua forza.

Parole per ringraziare di avermi scelta in questo viaggio privilegiato che è la vita. 

Parole per il tempo che mi hai regalato fino a qui.

Parole di speranza per un futuro pieno di luce. 

Parole di buon augurio.

Parole di una madre per un figlio, totalmente prive dell'obbligo di obiettività. 

Buon Compleanno Samuele! 

In questi meravigliosi 22 anni hai ricevuto molti doni.

Fai della gratitudine la prima delle tue bandiere. 










venerdì 15 maggio 2020

la bellezza della fragilità: addio a Ezio Bosso

Un mio articolo per FareMusic-FMD

http://faremusic.it/2020/05/15/la-bellezza-della-fragilita-addio-a-ezio-bosso/?fbclid=IwAR24a9XpD6WH01KExhEZk6PH17HljlA74zrhob65iSF0dwinLmtZgRPUjuI

lunedì 30 dicembre 2019

Porte e porti aperti

Le porte, come i porti, vanno aperte e non chiuse.
Regaliamoci un 2020 sotto il segno della solidarietà, dell'accoglienza, dell'amicizia, dell'empatia.



lunedì 4 novembre 2019

Quando abbraccio Nina



Quando abbraccio Nina non abbraccio un cane, abbraccio l'Universo e mi commuovo.
La cagnolina che si affida, che ha fiducia nella mano amica dell’uomo e che si addormenta in un abbraccio d’amore, mi porta in dono tutta se stessa ma anche valori dimenticati, emozioni arcaiche, un’energia soprannaturale e nello stesso tempo naturalissima.
Quando accarezzo Nina accarezzo la vita, il calore del suo corpo e un’energia primordiale. Quando accarezzo Nina accarezzo il suo cuore che batte veloce, il respiro pesante e le zampe gioiose sempre pronte a correre, giocare e partire.
Amorevole e dolcissima, Nina mi porta in dono memorie di vite passate, di esistenze dimenticate; mi racconta la vita dell’uomo nelle caverne, quando dopo essere riuscito ad addomesticare i lupi, entrambi si sono sentiti più forti e meno soli: io ti accudisco, ti nutro e ti scaldo; tu mi proteggi e mi difendi. Un sodalizio perfetto basato sulla fiducia reciproca e sull'amore contraccambiato. 
Quando abbraccio Nina il mio respiro si placa, diventa profondo e semplice come il suo, senza affanni. Insieme a lei riscopro parte della mia natura selvaggia e in quell'abbraccio così vero mi addormento, senza più né anni né tempo, perché danziamo insieme la danza cosmica di questo pazzo pianeta.




sabato 7 settembre 2019

CHIAMATEMI EVA


Questo breve racconto, finalista al Premio Letterario Nazionale IL SALMASTRO 2019, nasce senza troppe riflessioni, di getto.
Solo più tardi ho capito che questa inspiegabile urgenza aveva radici lontane. Inconsapevolmente ho voluto rendere omaggio ad una coppia di amici dei miei genitori - gente di spettacolo - che da bambina, incontro dopo incontro, vedevo magicamente trasformarsi da uomini a donne senza avere ben chiaro di cosa si trattasse. 
Mamma e papà mi avevano insegnato a non fare domande e ad accettare gli amici per quello che erano. Nel loro caso, persone divertenti, amorevoli, creative, affettuose, le prime ad avermi regalato un anellino d'oro con un'acquamarina che conservo ancora gelosamente. 
Grazie loro e ai miei, ho imparato molto presto a non giudicare le persone dall'aspetto e men che meno dai loro desideri sessuali. Franco, Renè, ovunque voi siate questa è per voi.





I ricordi d’infanzia sono angoscianti, dolorosi. Sento ancora in bocca il gusto di sale delle mie lacrime, quando papà mi sorprendeva a giocare di nascosto con le bambole e mi guardava con disprezzo.
Mi piacevano le scarpette rosse di vernice. Le ammiravo incantato nelle vetrine. Le desideravo.
Mio padre non capiva, mia madre faceva finta di nulla: <<E’ l’età, passerà>>. Ma non passava. Non era una malattia della crescita e non era il capriccio di un bimbo annoiato, era un modo di vedere la vita, più colorato, più indefinito, con pochi muscoli e più poesia.
Mi portavano a calcio per fare di me un maschio sportivo, coraggioso e forte, ma io mi sentivo estraneo a quel mondo di corse e cadute, di ginocchia sbucciate, di scarpe scomode, di sporco d’erba sui calzettoni, di fango e sudore, di pacche sulle spalle, di sputi e parolacce. A me piaceva ballare, cantare, suonare, disegnare. E più di tutto mi piacevano le Barbie di mia sorella Sonia, di 2 anni più grande di me.

Era Carnevale. Avevo quasi 5 anni. Chiesi a mamma di comprarmi un vestito rosa da fatina con tanto di cappello e bacchetta magica. Ero serissimo. Lei mi derise. Chiuso in casa lontano da occhi estranei, quando papà e mamma erano al lavoro, potevo finalmente giocare a modo mio. Sonia, infatti, mi permetteva il travestimento e si divertiva a truccarmi. Era la sola a prendermi per quello che ero: un bambolotto imperfetto, un po’ clown, un po’ femminuccia; il fratello tenero, strano, divertente. Lei mi guardava, io volteggiavo libero nel salotto sognando di danzare nel parco di una grande villa con un bel principe azzurro. Erano momenti spensierati, immediatamente cancellati dall’eterno disagio di sentirmi diverso.

Ieri ho compiuto 20 anni. Ho un corpo e un documento nuovo. Ho raggiunto buona parte dei miei caparbi obiettivi, ma la mia infanzia repressa e ferita mi scorre ancora nelle arterie: a volte è un turbinio veloce; a volte si muove a rallentatore e mi regala ricordi faticosi di giornate turbolente e pensieri disperati. Ero una bimba imprigionata in un corpo sbagliato.
Nei lunghi pomeriggi invernali mi divertivo a cucire maldestramente abiti improvvisati utilizzando stoffe che trovavo in casa. Mi piacevano i cartoni animati con le eroine femminili, volevo ardentemente assomigliare a loro. E mentre la vita dei miei compagni di scuola si svolgeva nelle vie del quartiere tra oratorio, campo da calcio e giochi in giardino, la mia era chiusa e misteriosa perché soltanto a casa mi sentivo al sicuro e protetto dai miei travestimenti.

Mi sarebbe piaciuto portare i capelli lunghi. Ricordo con disgusto il profumo aspro e pungente del dopobarba del salone da barbiere dove mio padre mi portava. <<Ora si che sei un uomo>>, mi diceva con aria beffarda al termine del rito sacrificale della mia amata capigliatura.
A 12 anni ho capito che vivere non poteva essere una continua messa in scena. La ragazza che era in me reclamava spazio, chiedeva di uscire, non poteva più essere ignorata.
Svegliarmi ogni giorno con i pensieri ingabbiati in un corpo che non amavo era un tormento senza fine. Detestavo le mie mani, la mia bocca, l’appariscente pomo d’Adamo sulla linea mediana del collo. Il pene mi creava imbarazzo. Mi sentivo smarrito. Temevo quel corpo che ogni giorno, a dispetto della mia volontà, cambiava un po’: la peluria sotto il mento, sul petto e sulle braccia, la voce bassa, i brufoli. A 15 anni, dopo l’ennesima notte insonne, mi sono fatto coraggio e ho scritto ai miei:

Cari mamma e papà,
Scrivo perché guardandovi negli occhi non riuscirei a dirvi cos’ho nel cuore.
15 anni fa avete messo al mondo una creatura sbagliata. Nel ragazzo che giorno dopo giorno si sta trasformando in un uomo, batte un cuore di fanciulla pieno di poesia, di delicatezza, d’amore.
Sogno di chiamarmi Eva, sogno d’indossare abiti femminili, sogno una voce aggraziata, sogno unghie smaltate, sogno d’innamorarmi, sogno l’abbraccio caldo di un fidanzato.
So che non era nei vostri progetti, ma nemmeno nei miei. Ho provato a non deludervi. Mi sono sforzato di essere il maschio che volevate: ho giocato a calcio, ai giochi violenti della playstation, ho accettato di portare il taglio corto a spazzola gradito a papà. Tutto questo per voi e per rispettare un “genere” non mio. Ora basta. E’ giunto il momento di dirvi che in me, da sempre, dimora e scalpita una ragazza pronta ad uscire da una prigione che si fa ogni giorno più stretta. Vi prego ascoltatela; ascoltatemi. Sto soffrendo, sto soffocando. Se davvero mi amate, aiutatemi.

Per i miei, quella confessione accorata, lucida e definitiva è stata una doccia gelata.
Dopo il primo momento di smarrimento mia madre ha iniziato a guardarmi in modo diverso, con la compassione di chi guarda un parente affetto da una grave e incurabile malattia. Da mio padre, solo silenzio e disprezzo nonostante la mia infanzia e la mia adolescenza fossero trascorse nel disperato tentativo di essere il figlio che lui tanto desiderava e che gli avrebbe fatto brillare gli occhi dalla felicità.
Con riluttanza e goffaggine avevo provato a fare ciò che voleva. Mi sentivo come se avessi recitato per anni un copione scritto da lui, mentre la vera me sopravviveva a stento chiusa in una stanza priva d’aria, maleodorante e buia. L’odore di putrido che mi sentivo addosso mi dava il voltastomaco. Era finalmente arrivato il momento di fare ordine, di mettere le pedine al loro posto. Per non impazzire dovevo per forza far capire ai miei che era indispensabile che la mia anima di ragazza e il mio aspetto esteriore coincidessero. Lo specchio non doveva più essere un nemico.

Sorpreso da tanto coraggio, ho iniziato a raccontare a mamma il desiderio incontenibile di uscire da quel corpo che odiavo. Ero un fiume in piena. Abbracciandola stretta, rosso per la vergogna, con la testa bassa e gli occhi pieni di lacrime, le ho raccontato di quante volte avevo odiato me stesso, di quante volte a scuola mi avevano preso in giro e picchiato chiamandomi frocio, di quante volte mi ero emozionato solo per essermi seduto accanto ad un compagno carino.
A cuore aperto e senza più freni le ho parlato dell’invidia che provavo per mia sorella, per le mie compagne, per i loro capelli, per i loro vestiti, per i fiocchi colorati, per il rimmel, per il lucidalabbra, per il loro profumo. E infine: di quante volte ero andato a dormire augurandomi di svegliarmi finalmente donna. Di quegli anni bui ricordo che pregavo ogni sera chiedendo il miracolo a Dio.

Mentre i miei coetanei si dedicavano ai giochi di sempre, chiuso nella mia stanza davanti al computer, ho iniziato a fare ricerche scoprendo che non ero solo io l’anomalia, lo sbaglio, il tumore. E’ stato allora che ho chiesto a mia madre di accompagnarmi da uno psicologo. Lei, convinta che mi aiutasse a superare il momento di confusione e mi riportasse alla “normalità”, ha accettato. Ero felice. Volevo con tutto me stesso che il dottore mi capisse e fosse mio complice nel dare voce e corpo alla ragazza che portavo nel cuore. Scoprii che la mia anomalia aveva un nome: “disforia di genere”, termine inventato per dare valenza scientifica alle anime incarnate in corpi sbagliati. A me l’unica cosa che interessava era di non dover più essere costretta in una prigione. Volevo nascere, volevo le ali, volevo volare.

Il cammino per raggiungermi l’ho iniziato con la terapia ormonale grazie alla quale i miei lineamenti si sono addolciti, la voce è diventata più femminile, i capelli folti e lucidi, i fianchi arrotondati. Il passo successivo è stato dare spazio al seno, non esagerato, non volgare. Ero un fiore. Ero una giovane donna pronta a sbocciare.
Grazie alla chirurgia ho iniziato a riconoscermi e a indossare abiti e magliette attillate. L’ultimo passaggio, il più difficile e doloroso ma anche il più desiderato, è stato il cambio definitivo di sesso e il riconoscimento legale di una nuova identità.
Da Luca a Eva il cammino è stato lungo, irto e fitto di rovi. Nei documenti bisognerebbe poter scrivere il nostro doloroso iter, per portare sempre con noi l’orgogliosa testimonianza di come siamo arrivati a quel sesso tanto desiderato. Tutti dovrebbero sapere quanto coraggio, quanta fatica e forza d’animo ci costa la Trans-izione.
Il passo più duro per me è stato la conquista della verità perché raccontare agli altri chi fossi realmente era uno scoglio difficile da superare. Dovevo scoprirmi, svelarmi al mondo. La parola Trans evoca sempre pregiudizi, ironia, emarginazione, come se si trattasse di un capriccio.
A furia di farmaci, assistenza psicologica e chirurgia diventiamo le donne e gli uomini che portavamo nel cuore sin dai primi vagiti. Per giungere a quel porto navighiamo a lungo in mare aperto, senza timone, senza bussola e sempre in balìa della tempesta ormonale, sociale, esistenziale.
Provare a trascinare i miei genitori nel mio mondo non è stato facile, ma io non potevo continuare a mentire. Il corpo di Luca non era un corpo: era un involucro, una gabbia stretta, una prigione senza via di fuga. Mi sentivo un alieno. Il momento più bello della mia giornata di adolescente era addormentarmi sperando di non svegliarmi più.

Per 20 anni sono stato Luca, costretto in abiti non miei. Finalmente sono rinata e ho scelto il nome della prima donna sulla terra, il più bello. Chiamatemi così: chiamatemi Eva.
Se penso a quel bambino che correva in casa con le scarpe e gli abiti di mamma per sembrare una principessa, che si appartava a piangere perché non si sentiva capito, che inventava scuse per non andare a scuola dove lo ridicolizzavano, mi viene ancora da piangere. Le ferite profonde bruciano e sono sempre pronte a riaprirsi. Ci vuole tanta forza per diventare ciò che si è.
Gli psicologi hanno cercato di capire i retroscena della mia natura, ma cosa c’era da capire? Per me era tutto chiaro: volevo, dovevo, essere una donna. Pur prigioniera in un corpo maschile, io quella ragazza la vedevo. Era lì, appoggiata al davanzale dei miei occhi che mi sorrideva fiduciosa, che mi aspettava. Allo specchio ne vedevo la luce ed era la mia stella polare, la mia cometa. Lei voleva sbocciare, mi chiedeva il coraggio di aprire un varco e raggiungerla. Era una presenza scomoda, inquietante, seducente, vera. In quell’altalena di emozioni, la trasformazione - o meglio la “correzione” - era diventata urgente e necessaria. 

Il rapporto difficile con la famiglia mi ha sempre fatto sentire sbagliato. Fino a qui, sensi di colpa, inadeguatezza, vergogna hanno costellato ogni istante della mia esistenza. A 12 anni, in un momento di grande sconforto, decisi di farla finita. Mi chiusi in bagno e con una lametta di mio padre provai a tagliarmi i polsi. Non ci riuscii, avevo paura del dolore e mi sentii fallito. Ero arrabbiato con mia madre che non capiva i miei sentimenti, il mio disagio. Mi sentivo sottovalutato, incompreso, deriso. Volevo punirla, volevo che soffrisse. Pensavo: una madre non dovrebbe accogliere il figlio così come viene, con altruismo e senza giudizio? In un mondo di maschi e femmine chi sono quelli che, come me, stanno in mezzo? Hanno diritto alla vita o devono morire?

Il cambiamento, la Trans-izione, non è solo quella che ci porta ad avere un fisico femminile (o maschile nel caso di donne che si sentono uomini) ma passa anche e soprattutto per le piccole gioie quotidiane, per i gesti d’amore come l’accettazione incondizionata da parte di chi dice di volerci bene. Diventare se stesse a 20 anni è un traguardo emozionante, una gioia immensa.
Raggiungersi, a 20 anni, significa rinascere, riconoscersi, ritrovarsi, piacersi, indossare raggiante i primi tacchi rossi di vernice e imparare a camminare, a testa alta, con un incedere nuovo.






martedì 20 agosto 2019

38


38 è il numero di mia madre. 

38 è la piccola targhetta bianca e rossa che devo cucire su ogni suo vestito come faceva lei, con i miei, quando mi spediva nelle odiate colonie estive dove tutto era rigorosamente bianco e blu, ma le etichette no, quelle anche allora erano bianche e rosse.

38 non è solo un numero, è il suo segno di riconoscimento in un posto dove le persone, giorno dopo giorno, anno dopo anno, pasto dopo pasto, disegno dopo disegno, diventano tristi, arrese, tutte uguali.
I vecchi nelle case di riposo perdono identità e in giornate noiose e lunghissime scandite da ritmi ospedalieri, il numero che è stato loro assegnato al check-in è la sola identità che li accompagna. Una piccola bandiera, una minuscola carta d’identità in un terreno asettico e spersonalizzato.

Ingegneri, contadini, insegnanti, impiegati, casalinghe, ballerine, sono ruoli che appartengono ad un passato sepolto sotto un numero imprecisato di anni. Una volta entrati in un ricovero per anziani non si è altro che piccoli numeri, annotazioni di rito su un brogliaccio alla reception, igiene personale, farmaci e pasti somministrati ad ore precise.

I vestiti della signora 38 si perdono sempre nelle montagne di biancheria di cui è invasa la lavanderia. E’ una lotta contro il tempo, ti distrai un attimo e la maglietta sparisce divorata dalla lavatrice industriale che prima o poi la sputerà fuori. Se sei fortunato potrai ritrovarla ai piani alti in una stanzetta arredata con scaffali carichi di abiti dimenticati e persi: camice da notte, mutande, calzini, pantaloni, magliette sgualcite, maglioni sbiaditi che raccontano di un tempo che scorre inesorabile, anonimo e privo di ambizioni o vanità.

Se non faccio in tempo a mettere la piccola targhetta su un nuovo capo, ecco che l’energica boss della lavanderia, una donna minuta che non tollera interferenze durante il suo lavoro, appone per me il numero mancante e lo fa con rabbia. Non la vedo e non me lo dice, ma interpreto il suo disappunto dal modo in cui cuce l’etichetta sui vestiti di mia madre: storta, malmessa, con grossi punti a zig zag, incurante se il capo sia di seta, di lana o di ruvido lino. 
38 è il numero che le è stato assegnato e 38 la paziente i cui parenti sono così distratti da dimenticare di cucire su ogni minuscolo capo il prezioso sigillo.

38. Un 8 e un 3. 8+3=11. Mio padre era nato il giorno 11 di un mese di luglio del secolo scorso. E' morto, abbandonandoci troppo presto, il 1 gennaio di un anno lontano. 1. 11. Chissà se la osserva e vigila su di lei. Vorrei tanto che la stringesse forte da dietro le spalle, vorrei che il suo abbraccio le desse conforto, vorrei che fosse il suo 11 protettore.
Ci ostiniamo a pensare che la morte non sia la fine di tutto, ma l’inizio in una nuova dimensione. Siamo bambini incerti. Abbiamo bisogno di magia, di spalancare gli occhi di fronte alla meraviglia, io per prima che cerco nei numeri un segno del destino, un appiglio a cui aggrapparmi quando vado da lei e invece di sorriderle, rassicurarla, accarezzarla, massaggiarla e farle coraggio, vorrei solo mettermi a piangere seduta in un angolo delle grandi scale in marmo della Casa di Riposo.

Sono i momenti in cui mi chiedo perché la vita, in ogni sua sfaccettatura, sia sempre tanto stronza da insinuarsi senza preavviso negli anfratti più nascosti della mia sensibilità, per poi esplodermi dentro come una bomba e schiantarmi il cuore in tanti piccoli pezzi che faccio sempre più fatica a ricomporre. Vivo il mio dolore a frammenti, in gocce sparse qua e là, un puzzle di ricordi, un veleno amaro di tristezza e malinconie.

I numeri non mi consolano. I numeri non mi restituiscono la mamma che conoscevo e non restituiscono a lei la sua vera essenza, il carattere forte e spesso insopportabile che la contraddistingueva. Prima, se contrariata, urlava di rabbia, si accendeva, diventava paonazza; adesso piange, mi guarda con occhi smarriti chiedendo un silenzioso aiuto ed io, oltre a non saper cosa fare, non so quale tra le due madri sia la migliore visto che detestavo l’aggressività di ieri ma non amo neppure la mitezza innaturale e fragile di oggi. 
I numeri tacciono, non mi parlano. Sono solo convenzioni, invenzioni, prigioni. 

La mamma ha un numero, il 38, lei che ha sempre odiato la matematica, le etichette, le regole.
Mia mamma <<E’ >> un numero e pur riluttante lo accetta, lei che in passato non si è mai arresa e ha discusso e litigato con chiunque le intralciasse la strada, la costringesse, le impedisse di vivere la sua profonda anarchia. 
Le piace che io trascorra accanto a lei il tempo necessario per cucire le micro etichette bianche e rosse sulle sue magliette e sui pantaloni. E' una nostra nuova intimità. Arrivo nella sua stanza con ago, filo, forbici e via con il rito. Io cucio, parlo, lei ascolta. 
Come potrebbe fare una canzone? 38 sono le pene che affliggono il mio cuooooore quando sto con lei; 38 quelle che prooooovo quando la lascio e me ne vadooooo.

38+38 = 76; 7+6 = 13 Ha senso? Significa qualcosa? No, se non che alla fine della vita, non importa chi siamo stati, cosa siamo stati, chi abbiamo amato e come lo abbiamo fatto. Se perdiamo autonomia diventiamo soggetti più o meno ingombranti in balia di regole che mai ci saremmo sognati di accettare. E ci accontentiamo, in attesa di una morte che ci liberi dalle tante, impreviste, umiliazioni.

Mia mamma, la signora 38, detesta quel che sta vivendo ma è il solo modo di vivere che ha: sedia e rotelle, letto con le sbarre per evitare che cada, due chiacchiere in sala da pranzo, cure mediche, pannoloni, tv.
38 sull’armadio, 38 su una scatola del cambio stagionale, 38 sui vestiti e niente, proprio niente di più.








Capodanno

Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...