lunedì 14 ottobre 2019
sabato 7 settembre 2019
CHIAMATEMI EVA
Questo breve racconto, finalista al Premio Letterario Nazionale IL SALMASTRO 2019, nasce senza troppe riflessioni, di getto.
Solo più tardi ho capito che questa inspiegabile urgenza aveva radici lontane. Inconsapevolmente ho voluto rendere omaggio ad una coppia di amici dei miei genitori - gente di spettacolo - che da bambina, incontro dopo incontro, vedevo magicamente trasformarsi da uomini a donne senza avere ben chiaro di cosa si trattasse.
Mamma e papà mi avevano insegnato a non fare domande e ad accettare gli amici per quello che erano. Nel loro caso, persone divertenti, amorevoli, creative, affettuose, le prime ad avermi regalato un anellino d'oro con un'acquamarina che conservo ancora gelosamente.
Grazie loro e ai miei, ho imparato molto presto a non giudicare le persone dall'aspetto e men che meno dai loro desideri sessuali. Franco, Renè, ovunque voi siate questa è per voi.
Grazie loro e ai miei, ho imparato molto presto a non giudicare le persone dall'aspetto e men che meno dai loro desideri sessuali. Franco, Renè, ovunque voi siate questa è per voi.
I
ricordi d’infanzia sono angoscianti, dolorosi. Sento ancora in bocca il gusto
di sale delle mie lacrime, quando papà mi sorprendeva a giocare di nascosto con
le bambole e mi guardava con disprezzo.
Mi
piacevano le scarpette rosse di vernice. Le ammiravo incantato nelle vetrine.
Le desideravo.
Mio
padre non capiva, mia madre faceva finta di nulla: <<E’ l’età,
passerà>>. Ma non passava. Non era una malattia della crescita e non era
il capriccio di un bimbo annoiato, era un modo di vedere la vita, più colorato,
più indefinito, con pochi muscoli e più poesia.
Mi
portavano a calcio per fare di me un maschio sportivo, coraggioso e forte, ma
io mi sentivo estraneo a quel mondo di corse e cadute, di ginocchia sbucciate,
di scarpe scomode, di sporco d’erba sui calzettoni, di fango e sudore, di
pacche sulle spalle, di sputi e parolacce. A me piaceva ballare, cantare, suonare,
disegnare. E più di tutto mi piacevano le Barbie di mia sorella Sonia, di 2
anni più grande di me.
Era
Carnevale. Avevo quasi 5 anni. Chiesi a mamma di comprarmi un vestito rosa da
fatina con tanto di cappello e bacchetta magica. Ero serissimo. Lei mi derise.
Chiuso in casa lontano da occhi estranei, quando papà e mamma erano al lavoro, potevo
finalmente giocare a modo mio. Sonia, infatti, mi permetteva il travestimento e
si divertiva a truccarmi. Era la sola a prendermi per quello che ero: un
bambolotto imperfetto, un po’ clown, un po’ femminuccia; il fratello tenero,
strano, divertente. Lei mi guardava, io volteggiavo libero nel salotto sognando
di danzare nel parco di una grande villa con un bel principe azzurro. Erano momenti
spensierati, immediatamente cancellati dall’eterno disagio di sentirmi diverso.
Ieri
ho compiuto 20 anni. Ho un corpo e un documento nuovo. Ho raggiunto buona parte
dei miei caparbi obiettivi, ma la mia infanzia repressa e ferita mi scorre ancora
nelle arterie: a volte è un turbinio veloce; a volte si muove a rallentatore e
mi regala ricordi faticosi di giornate turbolente e pensieri disperati. Ero una
bimba imprigionata in un corpo sbagliato.
Nei
lunghi pomeriggi invernali mi divertivo a cucire maldestramente abiti
improvvisati utilizzando stoffe che trovavo in casa. Mi piacevano i cartoni animati
con le eroine femminili, volevo ardentemente assomigliare a loro. E mentre la
vita dei miei compagni di scuola si svolgeva nelle vie del quartiere tra
oratorio, campo da calcio e giochi in giardino, la mia era chiusa e misteriosa
perché soltanto a casa mi sentivo al sicuro e protetto dai miei travestimenti.
Mi
sarebbe piaciuto portare i capelli lunghi. Ricordo con disgusto il profumo aspro
e pungente del dopobarba del salone da barbiere dove mio padre mi portava. <<Ora
si che sei un uomo>>, mi diceva con aria beffarda al termine del rito
sacrificale della mia amata capigliatura.
A
12 anni ho capito che vivere non poteva essere una continua messa in scena. La
ragazza che era in me reclamava spazio, chiedeva di uscire, non poteva più
essere ignorata.
Svegliarmi
ogni giorno con i pensieri ingabbiati in un corpo che non amavo era un tormento
senza fine. Detestavo le mie mani, la mia bocca, l’appariscente pomo d’Adamo
sulla linea mediana del collo. Il pene mi creava imbarazzo. Mi sentivo smarrito.
Temevo quel corpo che ogni giorno, a dispetto della mia volontà, cambiava un
po’: la peluria sotto il mento, sul petto e sulle braccia, la voce bassa, i brufoli.
A 15 anni, dopo l’ennesima notte insonne, mi sono fatto coraggio e ho scritto ai
miei:
Cari mamma e papà,
Scrivo perché guardandovi negli occhi
non riuscirei a dirvi cos’ho nel cuore.
15 anni fa avete messo al mondo una
creatura sbagliata. Nel ragazzo che giorno dopo giorno si sta trasformando in
un uomo, batte un cuore di fanciulla pieno di poesia, di delicatezza, d’amore.
Sogno di chiamarmi Eva, sogno d’indossare
abiti femminili, sogno una voce aggraziata, sogno unghie smaltate, sogno d’innamorarmi,
sogno l’abbraccio caldo di un fidanzato.
So che non era nei vostri progetti, ma nemmeno
nei miei. Ho provato a non deludervi. Mi sono sforzato di essere il maschio che
volevate: ho giocato a calcio, ai giochi violenti della playstation, ho accettato
di portare il taglio corto a spazzola gradito a papà. Tutto questo per voi e per rispettare un “genere” non mio. Ora basta.
E’ giunto il momento di dirvi che in me, da sempre, dimora e scalpita una ragazza
pronta ad uscire da una prigione che si fa ogni giorno più stretta. Vi prego ascoltatela;
ascoltatemi. Sto soffrendo, sto soffocando. Se davvero mi amate, aiutatemi.
Per
i miei, quella confessione accorata, lucida e definitiva è stata una doccia
gelata.
Dopo
il primo momento di smarrimento mia madre ha iniziato a guardarmi in modo
diverso, con la compassione di chi guarda un parente affetto da una grave e
incurabile malattia. Da mio padre, solo silenzio e disprezzo nonostante la mia infanzia
e la mia adolescenza fossero trascorse nel disperato tentativo di essere il figlio
che lui tanto desiderava e che gli avrebbe fatto brillare gli occhi dalla
felicità.
Con
riluttanza e goffaggine avevo provato a fare ciò che voleva. Mi sentivo come se
avessi recitato per anni un copione scritto da lui, mentre la vera me sopravviveva
a stento chiusa in una stanza priva d’aria, maleodorante e buia. L’odore di
putrido che mi sentivo addosso mi dava il voltastomaco. Era finalmente arrivato
il momento di fare ordine, di mettere le pedine al loro posto. Per non
impazzire dovevo per forza far capire ai miei che era indispensabile che la mia
anima di ragazza e il mio aspetto esteriore coincidessero. Lo specchio non
doveva più essere un nemico.
Sorpreso
da tanto coraggio, ho iniziato a raccontare a mamma il desiderio incontenibile di
uscire da quel corpo che odiavo. Ero un fiume in piena. Abbracciandola stretta,
rosso per la vergogna, con la testa bassa e gli occhi pieni di lacrime, le ho
raccontato di quante volte avevo odiato me stesso, di quante volte a scuola mi
avevano preso in giro e picchiato chiamandomi frocio, di quante volte mi ero
emozionato solo per essermi seduto accanto ad un compagno carino.
A
cuore aperto e senza più freni le ho parlato dell’invidia che provavo per mia
sorella, per le mie compagne, per i loro capelli, per i loro vestiti, per i fiocchi
colorati, per il rimmel, per il lucidalabbra, per il loro profumo. E infine: di
quante volte ero andato a dormire augurandomi di svegliarmi finalmente donna. Di
quegli anni bui ricordo che pregavo ogni sera chiedendo il miracolo a Dio.
Mentre
i miei coetanei si dedicavano ai giochi di sempre, chiuso nella mia stanza davanti
al computer, ho iniziato a fare ricerche scoprendo che non ero solo io l’anomalia,
lo sbaglio, il tumore. E’ stato allora che ho chiesto a mia madre di
accompagnarmi da uno psicologo. Lei, convinta che mi aiutasse a superare il
momento di confusione e mi riportasse alla “normalità”, ha accettato. Ero felice.
Volevo con tutto me stesso che il dottore mi capisse e fosse mio complice nel dare
voce e corpo alla ragazza che portavo nel cuore. Scoprii che la mia anomalia
aveva un nome: “disforia di genere”, termine inventato per dare valenza
scientifica alle anime incarnate in corpi sbagliati. A me l’unica cosa che
interessava era di non dover più essere costretta in una prigione. Volevo nascere,
volevo le ali, volevo volare.
Il
cammino per raggiungermi l’ho iniziato con la terapia ormonale grazie alla
quale i miei lineamenti si sono addolciti, la voce è diventata più femminile, i
capelli folti e lucidi, i fianchi arrotondati. Il passo successivo è stato dare
spazio al seno, non esagerato, non volgare. Ero un fiore. Ero una giovane donna
pronta a sbocciare.
Grazie
alla chirurgia ho iniziato a riconoscermi e a indossare abiti e magliette
attillate. L’ultimo passaggio, il più difficile e doloroso ma anche il più
desiderato, è stato il cambio definitivo di sesso e il riconoscimento legale di
una nuova identità.
Da
Luca a Eva il cammino è stato lungo, irto e fitto di rovi. Nei documenti bisognerebbe
poter scrivere il nostro doloroso iter, per portare sempre con noi l’orgogliosa
testimonianza di come siamo arrivati a quel sesso tanto desiderato. Tutti dovrebbero
sapere quanto coraggio, quanta fatica e forza d’animo ci costa la Trans-izione.
Il
passo più duro per me è stato la conquista della verità perché raccontare agli
altri chi fossi realmente era uno scoglio difficile da superare. Dovevo
scoprirmi, svelarmi al mondo. La parola Trans evoca sempre pregiudizi, ironia, emarginazione,
come se si trattasse di un capriccio.
A furia
di farmaci, assistenza psicologica e chirurgia diventiamo le donne e gli uomini
che portavamo nel cuore sin dai primi vagiti. Per giungere a quel porto
navighiamo a lungo in mare aperto, senza timone, senza bussola e sempre in
balìa della tempesta ormonale, sociale, esistenziale.
Provare
a trascinare i miei genitori nel mio mondo non è stato facile, ma io non potevo
continuare a mentire. Il corpo di Luca non era un corpo: era un involucro, una
gabbia stretta, una prigione senza via di fuga. Mi sentivo un alieno. Il
momento più bello della mia giornata di adolescente era addormentarmi sperando
di non svegliarmi più.
Per
20 anni sono stato Luca, costretto in abiti non miei. Finalmente sono rinata e
ho scelto il nome della prima donna sulla terra, il più bello. Chiamatemi così:
chiamatemi Eva.
Se
penso a quel bambino che correva in casa con le scarpe e gli abiti di mamma per
sembrare una principessa, che si appartava a piangere perché non si sentiva
capito, che inventava scuse per non andare a scuola dove lo ridicolizzavano, mi
viene ancora da piangere. Le ferite profonde bruciano e sono sempre pronte a
riaprirsi. Ci vuole tanta forza per diventare ciò che si è.
Gli
psicologi hanno cercato di capire i retroscena della mia natura, ma cosa c’era
da capire? Per me era tutto chiaro: volevo, dovevo, essere una donna. Pur prigioniera
in un corpo maschile, io quella ragazza la vedevo. Era lì, appoggiata al
davanzale dei miei occhi che mi sorrideva fiduciosa, che mi aspettava. Allo
specchio ne vedevo la luce ed era la mia stella polare, la mia cometa. Lei
voleva sbocciare, mi chiedeva il coraggio di aprire un varco e raggiungerla. Era
una presenza scomoda, inquietante, seducente, vera. In quell’altalena di
emozioni, la trasformazione - o meglio la “correzione” - era diventata urgente
e necessaria.
Il
rapporto difficile con la famiglia mi ha sempre fatto sentire sbagliato. Fino a
qui, sensi di colpa, inadeguatezza, vergogna hanno costellato ogni istante della
mia esistenza. A 12 anni, in un momento di grande sconforto, decisi di farla
finita. Mi chiusi in bagno e con una lametta di mio padre provai a tagliarmi i
polsi. Non ci riuscii, avevo paura del dolore e mi sentii fallito. Ero
arrabbiato con mia madre che non capiva i miei sentimenti, il mio disagio. Mi
sentivo sottovalutato, incompreso, deriso. Volevo punirla, volevo che
soffrisse. Pensavo: una madre non dovrebbe accogliere il figlio così come viene,
con altruismo e senza giudizio? In un mondo di maschi e femmine chi sono quelli
che, come me, stanno in mezzo? Hanno diritto alla vita o devono morire?
Il
cambiamento, la Trans-izione, non è solo quella che ci porta ad avere un fisico
femminile (o maschile nel caso di donne che si sentono uomini) ma passa anche e
soprattutto per le piccole gioie quotidiane, per i gesti d’amore come
l’accettazione incondizionata da parte di chi dice di volerci bene. Diventare
se stesse a 20 anni è un traguardo emozionante, una gioia immensa.
Raggiungersi,
a 20 anni, significa rinascere, riconoscersi, ritrovarsi, piacersi, indossare
raggiante i primi tacchi rossi di vernice e imparare a camminare, a testa alta,
con un incedere nuovo.
martedì 20 agosto 2019
38
38 è il numero di mia madre.
38 è la piccola targhetta
bianca e rossa che devo cucire su ogni suo vestito come faceva lei, con i miei, quando mi spediva nelle odiate colonie
estive dove tutto era rigorosamente bianco e blu, ma le etichette no, quelle
anche allora erano bianche e rosse.
38 non è solo un numero, è il suo segno di riconoscimento in
un posto dove le persone, giorno dopo giorno, anno dopo anno, pasto dopo pasto,
disegno dopo disegno, diventano tristi, arrese, tutte uguali.
I vecchi nelle case di riposo perdono identità e in giornate noiose e lunghissime scandite da ritmi ospedalieri, il numero che è stato loro assegnato al check-in è la sola identità che li accompagna. Una piccola bandiera, una minuscola carta d’identità in un terreno asettico e spersonalizzato.
I vecchi nelle case di riposo perdono identità e in giornate noiose e lunghissime scandite da ritmi ospedalieri, il numero che è stato loro assegnato al check-in è la sola identità che li accompagna. Una piccola bandiera, una minuscola carta d’identità in un terreno asettico e spersonalizzato.
Ingegneri, contadini, insegnanti, impiegati, casalinghe, ballerine, sono ruoli che
appartengono ad un passato sepolto sotto un numero imprecisato di anni. Una volta entrati in un ricovero per anziani non si è
altro che piccoli numeri, annotazioni di rito su un brogliaccio alla reception, igiene personale, farmaci e pasti somministrati
ad ore precise.
I vestiti della signora 38 si perdono sempre nelle montagne
di biancheria di cui è invasa la lavanderia. E’ una lotta contro il tempo, ti
distrai un attimo e la maglietta sparisce divorata dalla lavatrice industriale
che prima o poi la sputerà fuori. Se sei fortunato potrai ritrovarla ai piani alti in una stanzetta arredata con scaffali
carichi di abiti dimenticati e persi: camice da notte, mutande, calzini, pantaloni, magliette sgualcite, maglioni sbiaditi che raccontano di un tempo che scorre inesorabile, anonimo e privo di ambizioni o vanità.
Se non faccio in tempo a mettere la
piccola targhetta su un nuovo capo, ecco che l’energica boss della lavanderia,
una donna minuta che non tollera interferenze durante il suo lavoro, appone per me il
numero mancante e lo fa con rabbia. Non la vedo e non me lo dice, ma interpreto
il suo disappunto dal modo in cui cuce l’etichetta sui
vestiti di mia madre: storta, malmessa, con grossi punti a zig zag, incurante
se il capo sia di seta, di lana o di ruvido lino.
38 è il numero che le è stato
assegnato e 38 la paziente i cui parenti sono così distratti da dimenticare di
cucire su ogni minuscolo capo il prezioso sigillo.
38. Un 8 e un 3. 8+3=11. Mio padre era nato il giorno 11 di
un mese di luglio del secolo scorso. E' morto, abbandonandoci troppo presto, il 1 gennaio di un anno lontano. 1. 11. Chissà se la osserva e vigila su di lei. Vorrei tanto che la stringesse forte da dietro le spalle, vorrei che il suo abbraccio le desse conforto, vorrei che fosse il suo 11 protettore.
Ci ostiniamo a pensare che la morte non sia la fine di tutto, ma l’inizio in una nuova dimensione. Siamo bambini incerti. Abbiamo bisogno di magia, di spalancare gli occhi di fronte alla meraviglia, io per prima che cerco nei numeri un segno del destino, un appiglio a cui aggrapparmi quando vado da lei e invece di sorriderle, rassicurarla, accarezzarla, massaggiarla e farle coraggio, vorrei solo mettermi a piangere seduta in un angolo delle grandi scale in marmo della Casa di Riposo.
Sono i momenti in cui mi chiedo perché la vita, in ogni sua sfaccettatura, sia sempre tanto stronza da insinuarsi senza preavviso negli anfratti più nascosti della mia sensibilità, per poi esplodermi dentro come una bomba e schiantarmi il cuore in tanti piccoli pezzi che faccio sempre più fatica a ricomporre. Vivo il mio dolore a frammenti, in gocce sparse qua e là, un puzzle di ricordi, un veleno amaro di tristezza e malinconie.
Ci ostiniamo a pensare che la morte non sia la fine di tutto, ma l’inizio in una nuova dimensione. Siamo bambini incerti. Abbiamo bisogno di magia, di spalancare gli occhi di fronte alla meraviglia, io per prima che cerco nei numeri un segno del destino, un appiglio a cui aggrapparmi quando vado da lei e invece di sorriderle, rassicurarla, accarezzarla, massaggiarla e farle coraggio, vorrei solo mettermi a piangere seduta in un angolo delle grandi scale in marmo della Casa di Riposo.
Sono i momenti in cui mi chiedo perché la vita, in ogni sua sfaccettatura, sia sempre tanto stronza da insinuarsi senza preavviso negli anfratti più nascosti della mia sensibilità, per poi esplodermi dentro come una bomba e schiantarmi il cuore in tanti piccoli pezzi che faccio sempre più fatica a ricomporre. Vivo il mio dolore a frammenti, in gocce sparse qua e là, un puzzle di ricordi, un veleno amaro di tristezza e malinconie.
I numeri non mi consolano. I numeri non mi restituiscono la
mamma che conoscevo e non restituiscono a lei la sua vera essenza, il carattere forte e
spesso insopportabile che la contraddistingueva. Prima, se contrariata, urlava
di rabbia, si accendeva, diventava paonazza; adesso piange, mi guarda con occhi
smarriti chiedendo un silenzioso aiuto ed io, oltre a non saper cosa fare, non so quale tra le due madri sia la migliore
visto che detestavo l’aggressività di ieri ma non amo neppure la mitezza innaturale e
fragile di oggi.
I numeri tacciono, non mi parlano. Sono solo convenzioni, invenzioni,
prigioni.
La mamma ha un numero, il 38, lei che ha sempre odiato la
matematica, le etichette, le regole.
Mia mamma <<E’ >> un numero e pur riluttante lo accetta,
lei che in passato non si è mai arresa e ha discusso e litigato con chiunque le intralciasse la strada, la
costringesse, le impedisse di vivere la sua profonda anarchia.
Le piace che io trascorra accanto a lei il tempo necessario
per cucire le micro etichette bianche e rosse sulle sue magliette e sui pantaloni. E' una nostra nuova intimità. Arrivo nella sua stanza con ago, filo, forbici e via con il rito. Io cucio, parlo, lei ascolta.
Come
potrebbe fare una canzone? 38 sono le pene che affliggono il mio cuooooore
quando sto con lei; 38 quelle che prooooovo quando la lascio e me ne vadooooo.
38+38 = 76; 7+6 = 13 Ha senso? Significa qualcosa? No, se
non che alla fine della vita, non importa chi siamo stati, cosa siamo stati,
chi abbiamo amato e come lo abbiamo fatto. Se perdiamo autonomia diventiamo
soggetti più o meno ingombranti in balia di regole che mai ci saremmo sognati di
accettare. E ci accontentiamo, in attesa di una morte che ci liberi dalle tante, impreviste, umiliazioni.
Mia mamma, la signora 38, detesta quel che sta vivendo ma è
il solo modo di vivere che ha: sedia e rotelle, letto con le sbarre per evitare che cada, due chiacchiere in sala da pranzo, cure mediche, pannoloni, tv.
38 sull’armadio, 38 su una scatola del cambio stagionale, 38 sui vestiti e
niente, proprio niente di più.
lunedì 4 febbraio 2019
mercoledì 15 agosto 2018
Quella volta...Il ponte Morandi di Genova nei miei ricordi
Quella volta sul ponte non avevo nemmeno la giusta dilatazione ma il medico,
dopo 12 ore di doglie, mi aveva detto: “si presenti in Reparto intorno alle
17,30”.
L’ospedale era il Gaslini di
Genova.
Io abitavo a Varazze e avevo
scelto la sola Maternità della Liguria che consentiva ai papà di assistere al
parto.
Quella volta...erano
34 anni fa e l’emozione, mista alla paura di fronte al mistero della vita, mi
aveva portata su quel ponte attraversato mille volte prima, poi, e ancora, ancora, ancora, negli anni, per tutte le mie e nostre necessità: professionali,
culturali, artistiche, musicali, mediche, affettive.
Quella volta…io
e mio marito avevamo la felicità negli occhi e la speranza nel cuore: di lì a poco la
nostra bimba avrebbe avuto finalmente un volto, una voce, un odore, i suoi
colori.
Quella volta…un giorno di maggio, tornando
a casa con il mio fagottino biondo tra le braccia e il cuore in tumulto, avevo benedetto il cielo perché iniziavo la mia nuova vita di madre:
un’avventura perfetta, un amore puro, totale, una dedizione senza fine.
Questa volta
sul ponte la nostra Valeria Chiara stava
andando a lavorare ed è passata sul pericolante Morandi poco prima del crollo.
E’ stata lei ad avvisarmi: “Mamma,
ho attraversato il ponte poco fa e adesso
è crollato. E’ una tragedia. Sono senza parole”.
Questa volta…ho
nuovamente benedetto il cielo per quello sprazzo di fortuna, per quella mezz'ora strappata al destino, per quella manciata di minuti in ritardo.
* Il 14 agosto 2018 crolla il viadotto Polcevera, conosciuto come Ponte Morandi:
43 morti per la colpevole inadempienza di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza dei cittadini.
43 morti per la colpevole inadempienza di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza dei cittadini.
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