domenica 9 aprile 2017

Punti di "Non Ritorno"

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. E’ quello il punto a cui bisogna arrivare".
(Franz Kafka)

Quando ho avuto chiaro questo pensiero? Le due volte che ho partorito. Nel momento dei dolori forti, quando avrei desiderato fare una pausa e ripensarci un attimo (scusi dottore...rewind...forse ho cambiato idea) ma la vita dentro di me aveva urgenza di farsi avanti. Una figlia. Un figlio.
Lì, in mezzo al frastuono turbolento e fuori dal tempo del travaglio, ho pensato: ok Ale. Non si torna indietro. Non si può. Su le maniche. Si va avanti. Fallo nel migliore dei modi. Fallo con cuore caldo e mente lucida. Fallo come la natura ti suggerisce. Fallo come le donne antiche. Respira insieme alla tua bimba. Combatti per il tuo bambino. Aiutali a nascere. E' la vita che chiama. Lo hai voluto tu. Sii presente. Sfoglia il tuo album di belle foto. Pensa all'azzurro del cielo, alle onde del mare, alle rondini, alle balene, alle api che danzano intorno ai fiori, ai vulcani, agli abbracci, al batticuore dei primi amori, ai profumi d'estate all'alba, al blues, al soul, a tutta la Bellezza che ti viene in mente perché in questo rito sacro, ordinario e straordinario, sei una parte d'infinito e celebri il mistero della vita.
Ed ecco la meraviglia del non ritorno: oltre al dolore, oltre alle paure, oltre agli occhi chiusi e ai denti stretti, oltre al respiro affannoso, oltre all'ospedale, ai suoi camici verdi e alle sue leggi, c'è una baia azzurra, un approdo dolcissimo nel mare della tranquillità. La mente, dopo il grande rito di passaggio, riposa finalmente nell'oasi di miele di un amore immenso, luminoso e unico, fino a lì solo vagamente immaginato.
Ed ecco il profumo straordinario di esistenze fresche, tutte nuove, da annusare, da vivere, da inventare. Manine che stringono forte. Occhi da guardare. Cuori da custodire. Promesse da mantenere.
E' da quel "non ritorno" che inizia il grande viaggio. Il più bello. 









sabato 28 gennaio 2017

Riflessioni sul Giorno della Memoria e su quanti dicono che la Shoah sia stata solo uno dei tanti genocidi commessi dall'uomo

D
Don't Forget Me Illustrazione di Matteo Merli



ll Giorno della Memoria (27 gennaio) non è il Giorno dei morti e non è nemmeno la Giornata di tutti i Genocidi anche se è sempre doveroso guardare non solo al passato ma anche al presente e ai diversi luoghi del mondo.
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza importante per ricordare ogni anno i 15 milioni di vittime dell'Olocausto rinchiusi e uccisi nei campi di concentramento nazisti prima e durante la Seconda Guerra mondiale. 
Di questi, sei milioni di morti erano ebrei: il loro genocidio viene chiamato Shoah.
A mio parere non è corretto mischiare morti e genocidi confondendo la storia e le sue regole. Vengono chiamati genocidio gli atti commessi dall'uomo con l'intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. In questo senso qualsiasi sterminio è un orrore e non esistono morti più nobili di altri ma non bisogna fare confusione perché inquinare le acque genera mostruose ambiguità favorendo il qualunquismo e l'oblio, invece di radicare una memoria viva e attiva che generi anche un Sentimento. 
Dire che "sono morti gli ebrei ma anche i nativi americani o gli armeni o i ruandesi o i bosniaci o gli attuali yazidi" non ci aiuta a capire ma solo a confondere memoria e cultura, perché ogni strage, ogni genocidio, ogni scempio, ogni crimine contro l'umanità ha ragiorni diverse, situazioni diverse, ingiustizie diverse, carnefici diversi.
L'Olocausto e la Shoah hanno riguardato l'Europa e sono stati genocidio con metodi scientifici, messo in atto da parte della Germania nazista fino al 27 gennaio 1945, quando i carri armati dell'esercito sovietico sfondarono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Da quel giorno, quel campo è diventato il luogo simbolo della discriminazione e delle sofferenze di chi è stato internato perché ebreo, zingaro, omosessuale o perché professava idee politiche diverse da quelle di chi era al potere.
Nel 1933, in Germania, salì ai vertici il partito nazista di Adolf Hitler che instaurò un regime dittatoriale: tutti i diritti democratici vennero soppressi, partiti e libertà di stampa aboliti, ogni forma di opposizione al regime annientata. Nel 1935 vennero poi emanate le leggi di Norimberga; in nome del mito della razza ariana vennero aboliti i diritti civili degli ebrei e di altre etnie e di gruppi invisi al regime, come gli zingari e gli omosessuali. 
Era l’inizio di una persecuzione che avrebbe portato nel giro di dieci anni allo sterminio di ebrei in tutta Europa. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, in tutti i territori occupati dai nazisti gli ebrei vennero catturati e inviati nei lager, dove chi era impossibilitato a lavorare veniva immediatamente eliminato. Coloro che erano in grado di lavorare morivano facilmente a causa delle disumane condizioni di lavoro e di vita, oppure si ammalavano.
In Italia gli ebrei cominciarono ad essere perseguitati a partire dal 1938 quando Mussolini, imitando Hitler, emanò le leggi razziali.
Con le leggi razziali gli ebrei vennero esclusi da tutte le scuole statali, dal servizio militare e dagli elenchi telefonici. 
Gli ebrei, per i nazisti, erano l’incarnazione del male assoluto. L’Europa del nuovo ordine poteva quindi nascere solo con il loro sterminio fisico, con la sopravvivenza di un’unica razza pura, quella ariana. Fu allora che iniziarono a funzionare a tempo pieno le prime camere a gas, i campi della morte, i campi di lavoro, i lager. Nel corso della guerra, la rete dei lager si ampliò e si diffuse con l’afflusso di nuovi deportati fino a configurarsi come un gigantesco sistema di sfruttamento del lavoro forzato.
I campi di sterminio vennero istituiti nei territori dell’Est europeo, con la finalità di eliminare ebrei e zingari. Intere comunità furono cancellate per sempre. Fu un orrore senza precedenti nella storia.
Le quattro grandi fabbriche della morte entrarono in funzione tra il marzo e il giugno del 1943: ogni unità era fornita di stanze per la vestizione dei deportati, di vani in cui avveniva l’esecuzione (tramite l’immissione di ossido di carbonio o acido cianidrico), di fornaci per l’incenerimento dei cadaveri. Dopo le esecuzioni, si azionavano i ventilatori per aerare le camere, si toglieva il catenaccio dalla porta e le squadre degli addetti entravano per innaffiare i cadaveri con spruzzi d’acqua e poi trascinarli fuori. I corpi non giacevano sparpagliati, ma accatastati l’uno sull’altro. Il gas fatto penetrare dall’esterno, infatti, era letale prima all’altezza del suolo e raggiungeva gli strati d’aria superiori solo poco alla volta. Quando i morti erano stati trasformati in cenere, le camere a gas e le stanze di vestizione venivano ripulite per ospitare i componenti della tradotta successiva. Le vittime erano state uccise e dopo essere state bruciate, le loro ceneri venivano sminuzzate, triturate fino a ridursi a una polvere impalpabile. I nazisti s’ impegnavano a non lasciare nessuna traccia delle loro vittime.
Per questo c'è la Giornata della Memoria. Inoltre, non basta “non dimenticare” bisogna prendere coscienza che l'abbandono dei valori portanti della nostra civiltà: libertà individuale, uguaglianza, solidarietà può sempre in qualunque momento portare a nuove forme di intolleranza e violenze razziste. Questa è la nostra storia. Queste le nostre ferite. Ciò non significa che altre storie siano meno importanti. Ognuna è un dramma a parte e va ricordato nel giusto contesto individuando vittime e carnefici.
Quindi, sono dell'idea che andrebbe istituita la Giornata Mondiale di tutti i Genocidi, ma non trovo corretto che si faccia confusione sminuendo, anche se in modo ingenuo e approssimativo, il valore e la memoria dello sterminio degli ebrei e con essi degli zingari e degli omosessuali.




mercoledì 30 novembre 2016

Omaggio o Plagio? La controversa copertina di "Le Migliori" ultimo album di Mina e Celentano

Quando l'Album è uscito è stato scalpore, ma non per le canzoni in esso contenute bensì per la copertina che a giudizio del fotografo americano inventore del prestigioso blog "Advanced Style" sarebbe stata decisamente copiata da una sua immagine.

A voi il giudizio.

Nel link sottostante il mio articolo sulla controversa vicenda per Fare Musica e Dintorni - FMD.




http://faremusic.it/2016/11/29/il-caso-della-copertina-di-le-migliori-di-minacelentano/#

I Tempi stanno cambiando - The Times They Are - A Changin' - Bob Dylan

Sul Blog Fare Musica e Dintorni - FMD abbiamo dato vita ad una rubrica che ha lo scopo di analizzare e pubblicare i testi delle canzoni del Premio Nobel per la Letteratura 2016.
Nel link sottostante il mio contributo su uno dei brani più intensi e "politici" del grande songwriter americano.





                                    http://faremusic.it/2016/11/24/i-tempi-stanno-cambiando/

domenica 23 ottobre 2016

Responsabilità


Esserci sempre
Farsi da parte
Non prenotare un altrove
Dissetare le piante
Telefonare a mia mamma
Temperare matite
Prendere appunti
Segnare in agenda
Pensare al Natale
Profumare i cassetti
Far brillare gli specchi
Telefonare a tua mamma
Non perdere le chiavi
Aprire la posta
Prenotare il dentista
Accompagnarli a una mostra
Dare sicurezza
Metterci il cuore
Averne cura
Coltivare piccoli semi
Organizzare una festa
Preparare una torta
Parlarle per ore
Non perdersi d’animo
Infondere coraggio
Essere sempre accesa
Leggere a voce alta
Saper aspettare
Promettere e mantenere
Non dar retta all'autunno
Scrivere poesie
Ascoltare Stan Getz
Passare da mia mamma
Telefonare alla tua


                         "Gemse la regina del bosco" (olio e sabbia su tela f.to 100x12) 
                                 Opera di Alessandro Sala - www.alessandrosala.com

domenica 22 maggio 2016

Hai due figli artisti. Che fortuna!


Samuele "Sam" Puppo




















Valeria Chiara Puppo


Il lavoro che i miei figli hanno scelto è una strada in salita, sono fatiche immense in fondo alle quali a volte sfociano sorrisi, abbracci, strette di mano, soddisfazioni; molte altre volte piccole, grandi, grandissime delusioni. 

I mestieri che i miei figli hanno scelto per la vita sono decisioni difficili; sono appuntamenti ai quali presentarsi puliti, profumati e preparati; sono treni che passano una sola volta e magari nessuno sale; sono imparare a dire No e a gestire al meglio i propri Si; sono corse ad ostacoli; sono fregature; sono rari e creativi incontri tra anime affini in mezzo ad una marea di furbetti improvvisati che del talento comprendono solo il “no budget”: 
Samuele vuoi suonare gratis? Valeria vuoi ballare gratis? Senza pensare che dietro a quelle persone, a quegli artisti, ci sono anni di lavoro, d’impegno, di tempo, di rinunce, di soldi spesi a lezione dai migliori, di viaggi, di lavori stagionali come cameriera per volare a New York e studiare a Broadway,  di risparmi e sacrifici  in famiglia per comprare quella chitarra, quell'amplificatore, quel pedale.

Far parte di tutto questo come madre e “sponsor” significa arrabbiarsi per l'insensibilità, l’ignoranza, l'arroganza di tanti, significa soprattutto vivere nel backstage delle loro impegnative esistenze restando se possibile in silenzio (ma quando occorre farsi sentire) e SEMPRE ASSOLUTAMENTE uno, due, dieci, venti passi indietro perché i protagonisti sono loro, lo spazio è il loro, il tempo è il loro. 
Tu, al massimo, sei stata l'arco dal quale la freccia ha preso slancio e traiettoria; la fiamma che ha acceso il falò. E se proprio vuoi renderti utile devi lavorare nell'ombra, fare in modo che il fuoco non si spenga e custodire pazientemente la brace senza addormentarti mai, anche quando le palpebre si fanno pesantissime.

È così, io che conosco ogni retroscena delle loro scelte, applaudo tra il pubblico ma sempre molto meno di quanto dovrei visto che so quanto tempo ed impegno c'è voluto dietro a quelle note, a quel cd presentato con leggerezza, a quel preciso passo di danza. 
Confesso che a volte sorrido ma dentro mi si stringe il cuore dalla preoccupazione per una voce rotta dall’allergia, per un dolore all'ileopsoas o semplicemente perché sono le tre del mattino e alle sei e venti qualcuno si alzerà per andare a scuola.

Esserci sempre, ma un po’ di lato, è il mio modo di voler bene e aiutare i miei due figli artisti. 
Esserci sempre vuol dire anche interrogarsi sul loro futuro senza illusioni; vedere in una proposta un’ottima possibilità verso il successo e accettare il fatto che non la vogliano prendere in considerazione neppure un istante; vuol dire dispiacersi se non vengono compresi ma decidere di non proteggerli troppo, consapevole che le avversità li renderanno forti. (E qui volutamente tralascio la parte relativa a presunti finti amici, approfittatori, avvoltoi, collaboratori inaffidabili usa e getta e via così).
Esserci vuol dire gioire in silenzio quando solo e soltanto con le loro forze (perché a casa nostra è così che si fa) vincono un premio o sono ammessi ad un bando europeo, ed essere ancora più contenta quando leggo nei loro occhi l’intima soddisfazione per aver fatto bene quel che sanno fare.

Ieri sera gli allievi del Laboratorio di Danza di mia figlia Valeria, a Genova, hanno fatto una bellissima performance al Teatro Garage. Dietro ai loro gesti e alla loro energia ho visto molto di lei, della sua dedizione alla danza e all'insegnamento, frutto di una ricerca continua vissuta sulla pelle con graffi e ferite, cadute e risalite, sempre in prima persona. Vederla sorridere alla fine di tutto mi ha resa felice per lei e mi ha fatto ripensare a quella sua infinita ed instancabile danza vissuta, sudata, sofferta e masticata tra le piccole scuole locali dei suoi tre anni appena, le scuole di Genova e la grande, prestigiosa Accademia di Milano. Un percorso lunghissimo e costoso in ogni senso, non privo di ostacoli, di lacrime, d'incertezze e di telefonate lunghissime nei momenti di crisi, quando mollare tutto sembrava più facile del continuare. 
Ma a casa nostra: “Quando inizi una cosa la finisci”. E così è arrivata felicemente al diploma.
A luglio Samuele studierà due settimane a Perugia perché è stato ammesso alle Clinics per chitarristi della Berklee Summer School di Boston nell’ambito di Umbria Jazz. 
Io sarò con lui come sono stata a Pistoia per il blues e ovunque la musica lo abbia portato fino ad oggi. Sarà bellissimo, entusiasmante e come sempre impegnativo perché si tratta di piccoli passi verso qualcosa che non sappiamo, che non ha forma e che per ora ha solo il colore dei sogni.

Ma questi mestieri sono così: si salta nel buio. Ci si lancia senza paracadute.
Chi decide di aiutare i figli ad inseguire passioni e talenti è sicuramente fortunato, ma deve a sua volta mettersi in gioco, deve crescere, deve imparare a correre, a fare le valigie in fretta e chiudersi la porta di casa dietro le spalle, deve adattarsi con gioia e ottimismo ai cambiamenti, essere duttile e soprattutto prepararsi a vederli volare via. 

E se il volo sarà breve, ancora una volta essere lì, pronta ad abbracciarli e a ringraziarli per aver comunque provato a dar sole, vento e aria alle loro splendide ali. 
















giovedì 31 dicembre 2015

Tempo di cicatrici





Chiudo l'anno con nuove bruciature, frutto della mia sbadataggine in cucina: fanno male, ma sono nulla se paragonate alle bruciature e alle delusioni che ho subito negli ultimi due anni da persone che pensavo leali.

Per carattere tendo a fidarmi di chiunque, lo faccio perché mi viene spontaneo, lo faccio perché detesto dubitare, lo faccio perché cerco di essere corretta e mi illudo che gli altri facciano altrettanto con me.

In questo biennio ho avviato collaborazioni nelle quali ho investito tempo e fatica che si sono rivelate dannose. Ho dato fiducia a persone che hanno sfruttato la mia credibilità e le mie conoscenze per poi farsi strada da sole, fingendo di dimenticare patti ed accordi. Il tutto per sgomitare un po', per guadagnare qualcosa in più, per nuotare ed arrivare primi in quell'immenso oceano di melma dove è costretto a tuffarsi chi, come me, decide di fare il proprio mestiere da freelance senza protettori politici, cercando di stare a galla, possibilmente senza bere.

Le scottature sono state tante, ma mi hanno resa saggia perché ho scelto di viverle con razionalità, facendo in modo che fossero opportunità per imparare qualcosa di più e di nuovo del mondo e della realtà che mi circonda, specie nei settori di mia competenza dove noi liberi professionisti della creatività e della comunicazione lottiamo per sopravvivere.

Arrabbiata? No. Solo delusa, anche se mi ripeto che non sarebbe il caso perché il callo a queste cose dovrei averlo fatto visto che non ho iniziato ieri a lavorare e ho bazzicato ambienti per nulla facili, intrisi di veleni che farebbero arrossire Lucrezia Borgia!

Questo piccolo sfogo-bilancio di fine anno per mettere a fuoco tre cose: 

la prima è che non mio sto lamentando, ma sto semplicemente facendo cronaca; 


la seconda è che auguro alle persone che pensano sia normale calpestare chi cammina al loro fianco, spalancandogli anche le porte, di avere comunque giorni leggeri. Perché? Sicuramente non perché penso che la vita prima o poi pareggi i conti (non lo fa mai e i peggiori vincono sempre) ma perché ritengo che tali soggetti siano talmente bassi nella scala evolutiva da non dovermi abbassare a considerarli nemici e bersaglio d'invettive. 

la terza cosa riguarda me, la scelta consapevole di non arrabbiarmi, la coerenza di andare avanti portando nel cuore i valori in cui credo senza farmi contaminare da malumori, cattivi pensieri, pessime azioni. Non è una strada facile, comporta molta disciplina e autocontrollo, specie quando l'istinto suggerirebbe di usare il lanciafiamme per ripulire l'ambiente!
Non parlo di perdono, ma di pacificazione personale. L' essere arrabbiati abbruttisce ed è una condizione che ferisce profondamente solo chi la vive. Io voglio dormire tranquilla, voglio piacermi, voglio combattere lealmente, voglio respirare serena e camminare a testa alta tra i vermetti (che farò bene attenzione a non calpestare per non sporcarmi le suole) e i “personaggetti” che si credono importanti.

Detto ciò, dal 2016 che sta arrivando vorrei ricevere in dono solo una maggiore capacità di giudizio, ma se così non fosse e se anche il prossimo anno dovesse essere quello delle fregature e delle delusioni cocenti pazienza, sono pronta ad affrontarlo e a bruciarmi ancora. 

Appartengo ad una stirpe di donne forti. Sono una guerriera. Porto con orgoglio ogni cicatrice.

Capodanno

Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...