lunedì 22 dicembre 2014

"Su La Testa", un Festival dove vince la Musica!


                                        


Del Festival “Su la Testa”di Albenga avevo sempre sentito parlare un gran bene. Per questo, quando mio figlio Samuele mi ha parlato della possibilità di partecipare al Contest 2014 ho approvato.
Da disincantata quale sono ho anche immediatamente pensato che sì, Samuele avrebbe potuto anche partecipare ad una delle serate di “selezione” dedicate ai giovani musicisti emergenti della nostra Regione, ma certamente sarebbe stato difficile riuscire a farsi ascoltare.
Solo sul palco, la chitarra acustica, la purezza dei suoi 16 anni, il suo sound, le canzoni in inglese e così lontano, nel suo approccio con la musica e il songwriting, dall’idea tutta nazionale del cantautore.
Le cose, invece, sono andate diversamente. Alla prima esibizione al circolo Arci Brixton di Alassio non potevo credere a quanto stava accadendo: quando Samuele ha iniziato a suonare un silenzio improvviso ed inatteso è calato nella piccola sala colma di un pubblico giovane, attento, caldo, molti coi telefonini a filmare o fare foto, tanti applausi. Mio figlio era già felice così. Non è facile, infatti, portare la propria musica di fronte ad un pubblico che non ti conosce e riuscire, senza artifici, a catturarne l’attenzione.
Poi la sorpresa d’essere stato scelto come vincitore del Contest, - e rappresentante dei tanti giovani che, come lui, avevano partecipato alle diverse tappe nei circoli Arci della provincia di Savona - oltre alla bellissima occasione di suonare sul palco dell’Ambra di Albenga, in un teatro sold out, con un pubblico motivato e partecipe.

L’accoglienza degli organizzatori è stata eccellente ed è stato bello essere lì, coccolati da tutti.
Quello che mi è piaciuto di più è stato l’abbraccio che ho ricevuto anch’io, da semplice accompagnatrice, e che ha avuto inizio al nostro arrivo a palazzo Scotto Niccolari (sede degli eventi collaterali al Festival) per concludersi molto dopo la nostra partenza da Albenga a tarda notte con gli occhi sorridenti, accompagnandoci in autostrada, poi a casa, poi a letto, facendoci addormentare con un pizzico di euforia e la piacevole sensazione di aver preso parte a qualcosa di bello, di vero, di raro.
Da spettatrice della serata domenicale, svoltasi il 7 dicembre, posso dire che mi è piaciuta la qualità degli artisti scelti, volutamente eterogenei a dimostrazione che “Su La Testa” apre davvero le porte agli emergenti di ogni estrazione e gusto musicale.
Sono rimasta incantata dalla band che ha accompagnato Stefano Vergani, un gattone istrionico dal sapore di Brianza, autore dai testi ironici, dissacranti e originali con ottimi arrangiamenti.
Mi è piaciuta Naif Herin, bella e brava, una delle poche cantautrici donne con un rapporto disinvolto con gli strumenti (il più delle volte mi trovo ad osservare allibita signorine cantautrici che pur con talento nella scrittura, hanno una pessima relazione con le corde della chitarra o la tastiera di un pianoforte) che dovrebbe seriamente puntare al genere disco, quello che, per me, le riesce meglio. 

Poi è arrivato lui: Claudio Lolli, un mito, un autore che ho molto apprezzato e ascoltato in passato e che sia in conferenza pomeridiana, sia durante l’esibizione con alcuni dei musicisti che già decenni fa lo accompagnarono nel suo disco più venduto, ha riproposto vecchie canzoni e un punto di vista decisamente snob rispetto alla musica di oggi, almeno alcuna.
Lolli, infatti, ha raccontato serenamente che quando entra in un bar per un caffè e sente in diffusione una canzone rap, rinuncia a bere, abbandona la tazzina, paga ed esce. Ha aggiunto che forse è un suo limite, ma nello stesso tempo un po’ mi sembrava compiaciuto.
Del Lolli che ricordavo e amavo non ho visto traccia, se non nelle parole stampate in un libro dalle pagine consumate e dalla copertina chiara, semi strappata, dal quale ha letto praticamente ogni parola delle sue belle canzoni.
Il pubblico dell’Ambra, rispettoso e attento, ha visto sul palco un uomo di 64 anni che ne dimostra 80, col bastone, totalmente incurante del suo aspetto trasandato, del suo raffreddore, della sua tosse e della sua smemoratezza, ma che ha comunque portato dignitosamente avanti la sua performance.
Devo dire che l’evidente disinteresse di Lolli per quello che oggi è ed appare è l'elemento che ho apprezzato di più della vecchia icona. Il suo non tentare, neppure per un secondo, di essere piacevole o sedurre il pubblico mi è sembrato drammaticamente poetico, segno indubbio della saggia accettazione di vivere in un tempo diverso e lontano anni luce da quello in cui sedeva in piazza, a Bologna, a suonare la chitarra, corteggiare ragazze, bere vino o ricevere da Andrea Pazienza la proposta d'illustrare "Antipatici Antipodi", suo fortunato LP del 1983.
Per contro, musicalmente, nulla è cambiato e la polvere che si è depositata sulla sua persona facendola invecchiare anzitempo, è la stessa polvere che rende, a mio avviso, i suoi brani opachi e musicalmente datati. Però è doveroso ricordare che è bastato un soffio per far volare via la coltre grigia, insieme ad un po' di ruggine del cantante e far riassaporare ai nostalgici in sala atmosfere sempre piacevoli, frasi indimenticabili e storie romanzate di zingari felici.

Mio figlio, asciutto, riservato, privo di intellettualismi in virtù dei suoi pochi anni e di un'attitudine genetica alla semplicità, così ignaro di quel che significava un tempo essere “cantautori” del calibro di Lolli, mi è sembrato che fosse stato catapultato lì da un altro pianeta e, da alieno, avesse su tutto ciò che lo circondava occhi limpidi, curiosi e attenti. Il suo sguardo, spesso timido, vagava senza sosta e assorbiva ogni parola, ogni suono, ogni sfumatura di quel pomeriggio a palazzo e di quella serata nel backstage insieme agli artisti, allo staff e al pubblico di "Su La Testa". Un’occasione davvero unica e straordinaria per conoscere e per crescere, aprendo le braccia ad ogni nota, così come unica, straordinaria e preziosa è stata l’attenzione di Alberto Calandriello, organizzatore del Contest, che dietro le quinte ha seguito e respirato il respiro di tutti i musicisti sul palco.
Discreta e sensibile la presenza del direttore artistico Davide Geddo, pronto a fotografare e postare la serata in diretta sui social.
Mi sono poi immensamente piaciuti i ragazzi dell’Associazione Culturale Zoo (che promuove il Festival) che con entusiasmo hanno lavorato e si sono prodigati per la riuscita dell’evento: ognuno al suo posto e tutti pronti a fare un passo indietro per lasciare spazio alla MUSICA, vera protagonista di "Su La Testa".

Ecco, in una realtà nazionale e regionale così avara, disattenta e svagata nei confronti dei giovani musicisti e più in generale della musica live, "Su La testa" mi è sembrata, davvero una perla, anche per la possibilità di mettere a confronto il vecchio e il nuovo, senza filtri, giudizi, pregiudizi e chiacchiere inutili.


Grazie!

Samuele Puppo, Su la Testa, Albenga 7 dicembre 2014 


Samuele Puppo, Su La Testa, Albenga 7 dicembre 2014 


Samuele Puppo, Su La Testa, Albenga 7 dicembre 2014 

Samuele Puppo, premiazione Su La Testa Contest, Albenga 7 dicembre 2014 

Targa Su La Testa Contest 2014



lunedì 17 novembre 2014

Tempo Dispari




Le note sono sul tavolo
Le hai snocciolate tu: chicchi di melograno in un inedito pentagramma
La luce del giorno precipita nel buco nero della notte

E' buio

Non leggo più i nostri nomi: lettere sparse sul pavimento in un assurdo gioco di bimbi
Al tatto, però, riconosco la A, la M, la O, la R, la E

E' AMORE

Tempo dispari
Cinque quarti
Si ricomincia da qui!

martedì 28 ottobre 2014

Buon compleanno mamma!



88 anni. Lo sapevo. Sei di tempra forte e hai camminato veloce in questi decenni. Hai transitato nel dolore. Sei passata dalla guerra, dal perdere tutto in un giorno, dai soprusi subiti da chi si sentiva forte, dalla fucilazione sommaria ed ingiusta di un fratello diciassettenne. Hai vissuto anni d'incertezze. Eri la ragazza che nonostante la paura dei bombardamenti sceglieva di non rifugiarsi in cantina “per non fare la fine del topo”.

A guerra finita hai respirato aria di libertà, hai camminato a testa alta nelle vie della tua città. Hai seguito il tuo talento. Hai fatto la ballerina, hai condiviso gioie e fatiche con compagne di avventure in lunghe tournée mal pagate, senza mai uscire dai confini di un Paese che allora ti sembrava grande e bello anche se da ricostruire sopra le macerie, e oggi ti sembra misero, meschino e piccolo, al punto da consigliare a tutti noi di andare via. Lontano. 

Hai attraversato un amore rapido, crudele, assordante e devastante come un uragano improvviso. Lo hai vissuto senza fiato e perdendoci l’anima. Hai ricordi sublimi incisi a fuoco nel cuore e nella mente. Tutto il resto sono state sfumature. Niente era come lui, il tuo uomo, il tuo raggio di sole, mio padre. 

Eppure non era adatto a te. E neppure a me che da bambina desideravo solo di poter vivere in una famiglia normale, senza eccessi d'amore, ma anche senza liti, senza fughe, senza sparizioni, senza botte, senza fortunali. Non era un marito e non era un padre, era solo un adorabile, incantevole eterno bambino dispensatore di fantastiche emozioni, privato troppo presto dal destino del battito commosso e innamorato del suo cuore di zingaro. Qualcuno che nella gioia e nel dolore, in ricchezza e povertà, ci ha insegnato a sperare.

Con la sua morte, tanto improvvisa quanto crudele, anche il tuo cuore è morto, ma solo per un po’ perché c’eravamo noi, io e mio fratello, da amare, da far crescere e studiare, ai quali dedicare il tuo tempo migliore. Spesso hai perso il controllo. Spesso mi hai fatta soffrire. Spesso sei stata ingiusta, in moltissime occasioni ingrata ed ottusa.

Però grazie alla tua energia e alla tua capacità istintiva di rialzarti, piano piano ognuno di noi, a suo modo, si è risollevato e abbiamo camminato insieme, a volte con fatica, a volte correndo, a volte arrancando, molto spesso senza capirci, a volte con il respiro leggero e i sogni appena afferrati stretti in una mano.

E’ stata dura camminare al tuo fianco. E ancora oggi, che ti muovi curva, è durissima essere tua figlia perché fai troppe domande, richiedi impegno, pazienza infinita, autocontrollo, amore incondizionato, ma sei la sola amica che ho, quindi accetto con rispetto di tacere anche quando vorrei urlare, di temprarmi all’ombra della tua granitica roccia perché grazie a te e alla vita ho imparato che dietro ad ogni gioia si nasconde un dolore e che se oggi l'anima danza perché sembra sia un giorno perfetto, domani le lacrime saranno lì, pronte ad uscire, mentre io, con forza, le manderò indietro, come ho visto farlo a te tante e tante e tante volte.


Tu sei la forza, tu sei il giunco che non si spezza. Tu sei mia madre. 

Buon compleanno Iole.






martedì 15 luglio 2014

Pensieri d'amore per Valeria

Per quanto mi manchi. 
Per le troppe cose che non vanno. 
Per le pochissime che filano lisce. 
Per le lacrime nascoste.
Per i sorrisi affaticati.
Per i respiri corti e il cuore che si stanca.
Per tutto quello che la vita m'insegna ad accettare.
Per il tempo che non si ferma ad aspettare e non si volta indietro ogni volta che inciampo.
Per mia madre che si fa ogni giorno più curva.
Per il mondo perfetto che sognavo e non ho visto.
Per la musica che mi scalda. 
Per chi mi salva.
Per chi non c'è mai.
Per mio padre e le anime che abitano i miei pensieri. 
Per quello che avrei voluto fare, ma l'ho capito tardi.
Per le albicocche mature. 
Per l'estate che forse arriva. 
Per il sole che abbaglia.
Per questa luna gigantesca che mi lacera il petto.

Per te, ballerina, che domani ti sposi e so che mi vorrai accanto.




lunedì 10 marzo 2014

Una tenerezza infinita

Il momento è arrivato.
Oggi hai chiuso gli occhi per sempre. 
Ieri nel torpore delle cure palliative ogni tanto alzavi lo sguardo e il nero delle tue pupille riempiva la stanza carico della tua presenza-assenza. 
Volevi esserci per noi, ci provavi, ma il tuo spirito si stava preparando all'ultimo viaggio prendendo il sopravvento sui tuoi desideri, così umani, così veri.
Il volto scavato, diverso dalle guance tornite e rosee che conoscevo bene. I capelli radi e una sofferenza inaudita stampata in faccia, scritta in ogni cellula del tuo corpo divenuto d'un tratto esile: spalle d'uccellino, dita fragili, denti sottili, occhiaie scure, gambe scarne. Vedevo il tuo cuore battere sotto pelle. Avrei potuto accarezzarlo. 
Sentivo nel respiro affannoso, a tratti interrotto, tutta la fatica dell'esistere sotto il peso di metastasi invadenti e crudeli. 
Sapevo che eri ad un soffio dalla fine. Ti sei agitata. Forse hai percepito la mia presenza e per un attimo hai alzato la testa dal cuscino in quella tua stanza grande e calda con le persiane socchiuse che tua figlia aveva abbassato per non farti aggredire dalla vita luminosa che straripava fuori, nel cielo, nel canto degli uccelli, nelle piante fiorite sulla terrazza.
Per calmarti ti ho accarezzato la fronte. Laura ha fatto altrettanto. Abbiamo tenuto le nostre mani su di te, unite dal desiderio amorevole di darti pace, conforto. Non ti avrei lasciata mai più. Ti ho baciato la fronte. Ho provato una commozione senza fine.
Prima di arrivare al San Martino, lungo la strada, avevo visto un gabbiano feroce divorare un piccione su un muretto scrostato. Bianco e nero, contorni nitidi stagliati contro il cielo. Scena raccapricciante. Presagio di morte, quella morte che tanta paura mi ha fatto sin da piccolina.
Grazie a te, ieri, ho finalmente capito che di sorella morte non posso e non devo aver paura. Restare accanto ad una persona cara che sta per lasciare il corpo non lascia disarmati, ma ci avvicina alla parte più intima di noi, al nostro coraggio di esseri umani, al senso profondo della vita. 
La tua fragilità mi ha resa forte e mi ha suscitato una tenerezza infinita, insieme al desiderio di proteggerti. Non ho provato vuoto, non ho sentito freddo. Al contrario: la mia anima si è riempita, fino a straripare, di un miele caldo di compassione, dolore, lacrime color dell'ambra.
Sei stata brava a sopportare la “tua croce”, come dicevi tu. Sei stata forte a reggere il dolore rinunciando alla morfina fino a quando hai potuto. 
Sei stata saggia a scegliere l'Hospice per il tuo ultimo pezzo di strada, consapevole e lucida in ogni istante. Lo so, ogni tanto avevi paura, ma parlarne ti aiutava ad esorcizzare la prova estrema. 
Qualche giorno fa hai telefonato per salutarmi perché sentivi di essere arrivata alla fine. "Sto morendo" mi hai detto con un filo di fiato.
Grazie per averlo fatto.
Grazie per avermi insegnato la bellezza e la serenità nel dolore.
Grazie per avermi coccolata in molti momenti della vita.
Grazie per avermi detto, l'ultima volta che ci siamo parlate camminando sottobraccio nel corridoio dell'ospedale, che per te ero una seconda figlia.
Tu, per me, una seconda mamma. La sola zia che ho veramente amato.
Ti porterò nel cuore. 
Restami vicina e perdonami per le Morositas. 
Te le ho portate troppo tardi e sono rimaste nella mia borsa.
Le conserverò per te.



sabato 8 marzo 2014

Corriamo coi lupi, coltiviamo le mimose del cuore


Ho lottato, manifestato, provato sentimenti di solidarietà ed empatia. 
Ho creduto nelle Donne, nell'eguaglianza, nel diritto ad essere riconosciute e a riconoscerci. 
Sentivo le Donne sorelle. 
Ho manifestato fuori dalle fabbriche.
Ho partecipato a collettivi.
Ho gridato slogan sulla riappropriazione del corpo.
Ho affrontato la trincea dei posti di lavoro per farmi riconoscere come "giornalista" e non come Donna che scriveva per hobby. 
Sono stata discriminata in ambienti dove il  99% erano uomini, per lo più pettegoli e maldicenti. Con dispiacere, in quegli stessi ambienti, non ho mai incontrato la solidarietà delle altre Donne che, al contrario di me, sgomitavano come matte, riuscendo dove io fallivo.
Sono passati decenni e la società si è fatta liquida, come le relazioni, la cultura, l'informazione, i rapporti umani e familiari. 
Molte Donne, grazie al ventennio targato mister B, sono entrate in politica attraverso il solito iter, vecchio quanto il mondo, gradito e pilotato dai maschi dominanti.  
Altre sono diventate famose in televisione per la sola virtù dei loro corpi avvenenti, offerti in pasto dal mattino alla sera a passivi divoratori d'immagini, vuoti come i programmi che le ospitano. Per questi "successi" non ho provato rabbia, né gelosia, solo nausea ed imbarazzo.
Nel frattempo sono cresciuta, quasi invecchiata e oggi, a sentir ancora parlare di "quote rosa", "parità di genere" e simili sciocchezze da riserva indiana mi viene da piangere per il fallimento di tutti gli ideali che mi facevano sentire Donna tra le Donne, gioiosa portatrice di sogni gialli e profumati come mimose.
Quante e quante volte, credendoci fino al midollo, ho recitato in poesie e spettacoli "femministi" sulla discriminazione, sulla violenza, sulla sudditanza psicologica, peggiore di quella fisica! Parole ed impegno autentici che riecheggiano lontane ed oggi suonano vuote, non perché i problemi siano mutati o perché io abbia mollato la presa rivolgendomi ad altri ideali, ma perché le Donne sono cambiate, assorbite anch'esse nel sistema di non valori, svuotate di senso e specificità. 
La giornata della Donna negli ultimi anni è diventata la festa delle pizzerie, dei tristi spogliarelli maschili, delle minigonne in lurex, delle ultra sessantenni che sudano col trucco colato ballando sul cubo, dello squallore di serate organizzate per una Metà del Cielo che non riconosco e non mi riconosce.
Oggi, 8 marzo 2014,  sono più che mai convinta che i valori delle persone (umani, professionali, spirituali) siano da ricercarsi nella Qualità e non nel Genere. Il Genere ha fallito. 
Non siamo tutte in gamba.
Non abbiamo una marcia in più solo perché mettiamo al mondo figli (anche perché poi bisogna saperli crescere e bene)  
Non siamo tutte belle dentro e fuori. 
Non siamo tutte oneste.
Non siamo tutte dotate d'intuito e sensibilità.
Inoltre abbiamo imitato i maschi assumendone gli aspetti peggiori. Le teenager parlano come scaricatori di porto e diffondono selfies pornografici sui telefonini dei coetanei. Fanno sesso a scuola o in discoteca e stabiliscono la data entro la quale non essere più vergini per non fare la parte delle "sfigate". Alcune si prostituiscono per un paio di scarpe firmate o una ricarica di cellulare. 
Ci riconosciamo in queste ragazze? Immagino di no, ma prima di gridare allo scandalo dovremmo chiederci di chi sono figlie e interrogarci su cosa abbiamo perso per strada per ridurle e per ridurci così: distratte viaggiatrici in un mare di vacuità.
In una società profondamente sessista occorre ancora oggi lottare per il riconoscimento di una vera parità sociale, ma non penso si debba farlo comportandoci da uomini squallidi. 
In questo terzo Millennio, la sola lotta che ritengo valga la pena di essere combattuta consiste nel cercare di essere soprattutto persone migliori, con una cifra umana qualitativamente elevata, data da una militanza costante nella ricerca del Sé e della Bellezza, quella vera, non quella di cui tanto si parla di questi tempi e a sproposito. 
Sono convinta che solo le Donne che inizieranno a "correre coi lupi" segneranno il cammino verso una vera evoluzione. Natura selvaggia, ascolto profondo, verità, giustizia, amore per la natura e per i cuccioli, memoria del passato e rispetto degli antenati saranno il solo lasciapassare per un'autentica rinascita.  



"La donna selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere. Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli. Riunirsi alla natura selvaggia significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione, riprendere i propri cicli. 

La donna selvaggia è intuito, veggenza, colei che sa ascoltare. Lei è idee, sentimenti, impulsi, memoria. E’ colei da cui andiamo a casa. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile. Vive in un mondo lontano che a forza si apre un varco verso il nostro mondo".
Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés

martedì 31 dicembre 2013

Brindisi di Capodanno


Brindo a voi, mio sangue, mio segno indelebile: Emilio, Celeste, Leonilde, Cesarina. Nomi d'altri tempi per anime antiche.


Brindo a mia madre che, passati gli 80 anni, non ha ancora imparato la gratitudine verso la vita: maledice il vento, il caldo, il freddo, la luce, il buio, il giorno, la notte in un' ultima età segnata da "insormontabili" fastidi.

Brindo agli amici che se ne sono andati proprio il giorno in cui, stanca di compiacerli, ho iniziato ad amarli dicendo loro ciò che pensavo.

Brindo ai narcisisti, ai manipolatori che ho imparato a riconoscere ad occhi chiusi: vampiri senz'anima incapaci d'amore, condannati a piacere per piacersi.

Brindo a una donna che da giovane, e solo perchè contrariata, offendeva la gioia passando la maggior parte del tempo al buio in un letto. Ora, nello stesso letto, è costretta da una lunga e dolorosa malattia.

Brindo alla chimica del mio corpo che non vuole funzionare;

Brindo a chi ho accanto ma non mi conosce; a chi non chiede mai come sto o cosa penso; a chi mi dà per scontata; a chi,inutilmente, ricorda di avere una famiglia solo a Natale.

Brindo ai nemici che sconfiggerò con un sorriso.

Brindo all'onestà; ai fragili; ai vinti; ai Paperino e ai Vil Coyote.

Brindo agli amici ancora sconosciuti che un giorno varcheranno la mia porta e ceneranno con me a lume di candela.

Brindo alle affinità elettive; ai fratelli e alle sorelle del mio cuore.

Brindo alla poesia, alla danza, alla musica, al cinema, alla letteratura, alla fotografia.

Brindo alla Bellezza che mi commuove ovunque la colga; ai pensieri leggeri e agli atti creativi.

Brindo alle rivoluzioni e all'anarchia; alla coerenza, ai valori dei nonni, alla semplicità.

Brindo ai miei figli, grandi maestri di vita e stelle polari nel mio cammino.

Brindo ai libri che non ho scritto, ai quadri che non ho dipinto, ai viaggi che non ho fatto, ai profumi che non ho annusato, ai mari che non ho navigato, alle montagne che non ho visto, ai popoli che non ho incontrato.

Brindo alle cose che non capisco e al silenzio profondo e distante con il quale ho iniziato questo nuovo anno, che m'impegno di custodire come un bene prezioso per il tempo che mi resta.

Brindo al mio cuore pazzo che da un po', senza preavviso, mi batte forte in petto. 

Brindo agli anni passati e a quelli che verranno con un solo sentimento da condividere: Speranza.




giovedì 26 dicembre 2013

Tempesta di Natale




fotografia di Marco Click Ferrando



La forza del vento stravolge il paesaggio. 
Cambia le persone. 
Cappotto, cappuccio, stivali, spruzzi di sale sul viso.

Mani gelate. Cuore caldo. Respiro in affanno. Vene che pulsano. Sangue che scorre in arterie sfilacciate e contorte come percorsi di vita.

Procedo controvento in una solitudine irreale.
E' l'ora dei ricordi. Lascio che le immagini arrivino. Le accolgo. A colori o in bianco e nero, non importa. Non filtro. Non elaboro. Non penso.

Il mare sfacciato mi bagna le labbra, un vortice inatteso mi ruba la sciarpa.
Fortunale di corpi, anime, tronchi d'albero e copertoni. 



Tempesta di Natale.

Nel tempo dei bilanci la mente esonda per le troppe burrasche.
Un passo dopo l'altro riaffiorano i volti ritrovati e persi
Amici dimenticati.
Amori accennati, altri fraintesi.

Poche le cartoline: la fredda notte dei miei 12 anni, con mio fratello addormentato sul passeggino e la nebbia che si tagliava col coltello; 
le montagne dei miei zii coperte di neve nelle feste di famiglia; 
il funerale di mio padre in un grigio mattino di gennaio quando la terra, coperta di brina bianca, per solidarietà col mio dolore si era fatta così dura da sfiancare i becchini nello scavare la fossa.

Il mare inquieto di dicembre è ansia spazio-temporale.  
Le barche sono in allarme ma restano lì, sulla battigia, a scrutare l'orizzonte come marinai in congedo, riluttanti all'idea di dover riprendere il largo.

Il vento del nord mi parla di un abete pieno di luci e del presepe innevato di mia madre - sublime regina dei contrasti - con bianchi minareti d'oriente e laghetti di stagnola dove danzavano minuscole ochette di plastica.

E' tardi. Torno a casa.
La notte, come me, digrigna i denti prima di affrontare, al buio, il rumore sinistro del vento.









martedì 3 dicembre 2013

Lupus in Fabula, a Genova un'interessante mostra dedicata ai personaggi delle fiabe a cura di Marco Toschi


Valeria Chiara Puppo, coreografa e performer interpreta Pinocchio




Chi, da bambino, non si è addormentato ascoltando le fiabe narrate da una nonna, una mamma, un papà, un nonno, una sorella, un fratello maggiore?

Tutti, a nostro modo, sin dai primi anni di vita abbiamo immaginato, affrontato ed elaborato i mostri paurosi dell'infanzia grazie ai protagonisti delle storie più antiche, tramandate da secoli: la strega malvagia di Biancaneve, il lupo avido di Cappuccetto Rosso, il crudele Barbablù, l'ingenuo Pinocchio e molti altri ancora.

Con “Lupus in Fabula” il fotografo Marco Toschi ha scelto di fare un viaggio dentro e fuori dal tempo per una “mise en scène” di carattere prettamente teatrale nella quale prendono vita i personaggi archetipici che più spesso ricorrono nelle fantasie dei bambini.

In scenari volutamente surreali e in alcuni casi totalmente decontestualizzati, vivono e agiscono personaggi fiabeschi interpretati da attori-modelli, mai disgiunti da un'emozione prepotente, da un pathos ad un tempo arcaico e contemporaneo, riconoscibile da chiunque si trovi di fronte alle opere fotografiche di Toschi e sia cresciuto alla luce orrida, accecante, rasserenante o fioca dei magici racconti della sera. 

Elaborate dalla cultura dei popoli in ogni luogo e tempo, le “fabulae” evocano situazioni che consentono al bambino di affrontare le difficoltà della propria esistenza; utili perché permettono di tradurre in immagini gli stati d'animo interiori e trasportare nella realtà significati nascosti.

Il bimbo, nella prima infanzia, è attraversato da forme comportamentali animistiche per cui l’elemento magico del fiabesco appare essenziale. Ed ecco che i personaggi delle fiabe entrano in azione a suggerire, con linguaggio semplice, i grandi temi dell'esistenza: 

il bene, il male, la crudeltà, l'odio distruttivo, il lutto, l'invidia, l'amicizia, la solidarietà, la fratellanza, l'amore disinteressato, il soprannaturale. 

In sostanza, sin dai primi anni di vita, le fiabe ci pongono di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte) esemplificando le situazioni e rendendo chiaro ciò che nella realtà è confuso. 

Anche gli adulti hanno bisogno di fiabe per allentare le tensioni interiori e risolvere conflitti, per liberarsi dalle catene di un'esistenza non conforme ai bisogni più autentici e iniziare a viaggiare verso il proprio Sè. Ed è per questo che Toschi dedica, soprattutto a loro, il suo punto di vista su alcuni tra i più controversi personaggi delle favole. 

Nell'allestimento dei singoli set fotografici, dedicati a Biancaneve, Pinocchio, Barbablu', Moglie di Barbablu', Gretel, Uomo di Latta e Raperonzolo un contributo determinate è dato dalla mano esperta della Make Up artist Marzia Pistacchio, curatrice del progetto artistico e specializzata in trucco teatrale, che ha realizzato il make up dei protagonisti ed elaborato i diversi posticci, dedicando ad ogni maschera studi approfonditi che rendessero nel migliore dei modi il senso magico e tragico della “fabula” perché, come scrive saggiamente Paolo Coelho:


“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso”







Locandina della mostra che si terrà a Genova il 7 e l'8 dicembre 2013




domenica 13 ottobre 2013

SOLITUDINI



Da bambina avevo paura di ammalarmi perché quando succedeva la mamma mi sgridava.
"Con tutto quel che ho da fare questa si ammala!"  Era la frase d'esordio ad ogni mio febbrone e riusciva sempre a farmi sentire in colpa, sbagliata, inopportuna, inadeguata, degna di non essere amata.
Comunque sia, poiché "aveva da fare", mi mollava ore sola in casa.
Ricordo il piacere che provavo quando tornava e mi posava le mani fredde sulla fronte bollente. A volte mi portava qualche primizia, un giornalino, ma sempre con cipiglio da bersagliera frettolosa. Non mi leggeva libri. Non inventava favole per me.
Un'estate, mentre ero ospite da zia Gemma a Brescia,  una zia acquisita madre di quattro figli ormai grandi, mi venne una febbre oltre 41 e la zia per giorni e notti restò ai piedi del mio letto senza mollarmi un secondo. Provai un infinito senso d'amore e gratitudine per quella donna premurosa - mai dimenticata - perché per me, lei, era una vera mamma.  La Mamma con la maiuscola. Quella che avrei desiderato.
La mia era in tournée e venne a trovarmi con mio padre, quando ormai ero ristabilita, con l'aria a metà tra l'apprensivo e lo svagato.
Questa è la ragione per la quale, quando i miei figli sono malati, non li mollo un secondo, li vigilo di giorno e li tengo nel lettone di notte. 
Siamo il risultato del nostro vissuto e il mio è fatto di tante privazioni, distrazioni e dimenticanze subite. Un esempio? Mio padre arrivò in ritardo alla mia prima Comunione con un'eccentrica amica (mai vista prima) che indossava un buffo cappellino bianco da cerimonia simile a un fungo. Mia mamma lavorava in teatro e la domenica, quando di solito si celebrano certi Riti, aveva due spettacoli.
Fortuna che una zia acquisita, che mi fece anche da madrina, si offrì di accompagnarmi in chiesa!
Ma io, col mio perfetto abito bianco di taglio sartoriale ricco di candide perline, la coroncina da principessa, il velo e i guanti avrei voluto scappare lontano. 
Nel più bel giorno per tutte le mie amiche, io mi sentivo la bambina più triste e più sola del mondo!

domenica 15 settembre 2013

ALTA VIA

Nei boschi la pioggia bagna spalle e stivali.
Piccole e verdi cascate in grandi foglie.
Profumo di funghi, vento di mare, terriccio di quercia e di faggio.
Radure di muschio.

Lumache timide.
L'autunno in Liguria è un'Invenzione di Bach con scale ascendenti e discendenti.

La macchia sprigiona profumi, ma vorrebbe disperatamente trattenerli per i giorni in cui le sarà dolorosa la malinconia d'estate.

Le ginestre si spogliano rassegnate e regalano baci in bottoncini gialli.
Dopo il caos estivo, il mare sembra cercare un po' di quiete nella gradazione tonale del viola freddo che tende al plumbeo, mentre la tramontana gli spazzola il pelo con raffiche di energia.

E quando, dal piacere, le onde scrollano la coda, il salino in aerosol perde la rotta e si appiccica al cielo. 

La quiete è un'increspatura pazza che gioca laggiù ad un palmo dall'orizzonte.
E le nuvole? Panna montata verso l'ignoto. 





Capodanno

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