martedì 20 agosto 2019

38


38 è il numero di mia madre. 

38 è la piccola targhetta bianca e rossa che devo cucire su ogni suo vestito come faceva lei, con i miei, quando mi spediva nelle odiate colonie estive dove tutto era rigorosamente bianco e blu, ma le etichette no, quelle anche allora erano bianche e rosse.

38 non è solo un numero, è il suo segno di riconoscimento in un posto dove le persone, giorno dopo giorno, anno dopo anno, pasto dopo pasto, disegno dopo disegno, diventano tristi, arrese, tutte uguali.
I vecchi nelle case di riposo perdono identità e in giornate noiose e lunghissime scandite da ritmi ospedalieri, il numero che è stato loro assegnato al check-in è la sola identità che li accompagna. Una piccola bandiera, una minuscola carta d’identità in un terreno asettico e spersonalizzato.

Ingegneri, contadini, insegnanti, impiegati, casalinghe, ballerine, sono ruoli che appartengono ad un passato sepolto sotto un numero imprecisato di anni. Una volta entrati in un ricovero per anziani non si è altro che piccoli numeri, annotazioni di rito su un brogliaccio alla reception, igiene personale, farmaci e pasti somministrati ad ore precise.

I vestiti della signora 38 si perdono sempre nelle montagne di biancheria di cui è invasa la lavanderia. E’ una lotta contro il tempo, ti distrai un attimo e la maglietta sparisce divorata dalla lavatrice industriale che prima o poi la sputerà fuori. Se sei fortunato potrai ritrovarla ai piani alti in una stanzetta arredata con scaffali carichi di abiti dimenticati e persi: camice da notte, mutande, calzini, pantaloni, magliette sgualcite, maglioni sbiaditi che raccontano di un tempo che scorre inesorabile, anonimo e privo di ambizioni o vanità.

Se non faccio in tempo a mettere la piccola targhetta su un nuovo capo, ecco che l’energica boss della lavanderia, una donna minuta che non tollera interferenze durante il suo lavoro, appone per me il numero mancante e lo fa con rabbia. Non la vedo e non me lo dice, ma interpreto il suo disappunto dal modo in cui cuce l’etichetta sui vestiti di mia madre: storta, malmessa, con grossi punti a zig zag, incurante se il capo sia di seta, di lana o di ruvido lino. 
38 è il numero che le è stato assegnato e 38 la paziente i cui parenti sono così distratti da dimenticare di cucire su ogni minuscolo capo il prezioso sigillo.

38. Un 8 e un 3. 8+3=11. Mio padre era nato il giorno 11 di un mese di luglio del secolo scorso. E' morto, abbandonandoci troppo presto, il 1 gennaio di un anno lontano. 1. 11. Chissà se la osserva e vigila su di lei. Vorrei tanto che la stringesse forte da dietro le spalle, vorrei che il suo abbraccio le desse conforto, vorrei che fosse il suo 11 protettore.
Ci ostiniamo a pensare che la morte non sia la fine di tutto, ma l’inizio in una nuova dimensione. Siamo bambini incerti. Abbiamo bisogno di magia, di spalancare gli occhi di fronte alla meraviglia, io per prima che cerco nei numeri un segno del destino, un appiglio a cui aggrapparmi quando vado da lei e invece di sorriderle, rassicurarla, accarezzarla, massaggiarla e farle coraggio, vorrei solo mettermi a piangere seduta in un angolo delle grandi scale in marmo della Casa di Riposo.

Sono i momenti in cui mi chiedo perché la vita, in ogni sua sfaccettatura, sia sempre tanto stronza da insinuarsi senza preavviso negli anfratti più nascosti della mia sensibilità, per poi esplodermi dentro come una bomba e schiantarmi il cuore in tanti piccoli pezzi che faccio sempre più fatica a ricomporre. Vivo il mio dolore a frammenti, in gocce sparse qua e là, un puzzle di ricordi, un veleno amaro di tristezza e malinconie.

I numeri non mi consolano. I numeri non mi restituiscono la mamma che conoscevo e non restituiscono a lei la sua vera essenza, il carattere forte e spesso insopportabile che la contraddistingueva. Prima, se contrariata, urlava di rabbia, si accendeva, diventava paonazza; adesso piange, mi guarda con occhi smarriti chiedendo un silenzioso aiuto ed io, oltre a non saper cosa fare, non so quale tra le due madri sia la migliore visto che detestavo l’aggressività di ieri ma non amo neppure la mitezza innaturale e fragile di oggi. 
I numeri tacciono, non mi parlano. Sono solo convenzioni, invenzioni, prigioni. 

La mamma ha un numero, il 38, lei che ha sempre odiato la matematica, le etichette, le regole.
Mia mamma <<E’ >> un numero e pur riluttante lo accetta, lei che in passato non si è mai arresa e ha discusso e litigato con chiunque le intralciasse la strada, la costringesse, le impedisse di vivere la sua profonda anarchia. 
Le piace che io trascorra accanto a lei il tempo necessario per cucire le micro etichette bianche e rosse sulle sue magliette e sui pantaloni. E' una nostra nuova intimità. Arrivo nella sua stanza con ago, filo, forbici e via con il rito. Io cucio, parlo, lei ascolta. 
Come potrebbe fare una canzone? 38 sono le pene che affliggono il mio cuooooore quando sto con lei; 38 quelle che prooooovo quando la lascio e me ne vadooooo.

38+38 = 76; 7+6 = 13 Ha senso? Significa qualcosa? No, se non che alla fine della vita, non importa chi siamo stati, cosa siamo stati, chi abbiamo amato e come lo abbiamo fatto. Se perdiamo autonomia diventiamo soggetti più o meno ingombranti in balia di regole che mai ci saremmo sognati di accettare. E ci accontentiamo, in attesa di una morte che ci liberi dalle tante, impreviste, umiliazioni.

Mia mamma, la signora 38, detesta quel che sta vivendo ma è il solo modo di vivere che ha: sedia e rotelle, letto con le sbarre per evitare che cada, due chiacchiere in sala da pranzo, cure mediche, pannoloni, tv.
38 sull’armadio, 38 su una scatola del cambio stagionale, 38 sui vestiti e niente, proprio niente di più.








mercoledì 15 agosto 2018

Quella volta...Il ponte Morandi di Genova nei miei ricordi





Quella volta sul ponte non avevo nemmeno la giusta dilatazione ma il medico, dopo 12 ore di doglie, mi aveva detto: “si presenti in Reparto intorno alle 17,30”.
L’ospedale era il Gaslini di Genova.
Io abitavo a Varazze e avevo scelto la sola Maternità della Liguria che consentiva ai papà di assistere al parto.
Quella volta...erano 34 anni fa e l’emozione, mista alla paura di fronte al mistero della vita, mi aveva portata su quel ponte attraversato mille volte prima, poi, e ancora, ancora, ancora, negli anni, per tutte le mie e nostre necessità: professionali, culturali, artistiche, musicali, mediche, affettive.
Quella volta…io e mio marito avevamo la felicità negli occhi e la speranza nel cuore: di lì a poco la nostra bimba avrebbe avuto finalmente un volto, una voce, un odore, i suoi colori.
Quella volta…un giorno di maggio, tornando a casa con il mio fagottino biondo tra le braccia e il cuore in tumulto, avevo benedetto il cielo perché iniziavo la mia nuova vita di madre: un’avventura perfetta, un amore puro, totale, una dedizione senza fine.
Questa volta sul ponte la nostra Valeria Chiara stava andando a lavorare ed è passata sul pericolante Morandi poco prima del crollo.
E’ stata lei ad avvisarmi: “Mamma, ho attraversato il ponte poco fa e adesso è crollato. E’ una tragedia. Sono senza parole”.
Questa volta…ho nuovamente benedetto il cielo per quello sprazzo di fortuna, per quella mezz'ora strappata al destino, per quella manciata di minuti in ritardo.

* Il 14 agosto 2018 crolla il viadotto Polcevera, conosciuto come Ponte Morandi:
43 morti per la colpevole inadempienza di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza dei cittadini.



martedì 5 giugno 2018

MIO GIRASOLE


                


E siamo arrivati a venti. 
Siamo arrivati perché il cammino lo abbiamo fatto tutti insieme.
Con Valeria sei stato il cemento di un'unione lunghissima segnata da tanto amore, rispetto, affetto, qualche alto e basso, il piano e il forte: come la vita, la pioggia, il fuoco, le nuvole, il tempo, la musica. 
Desiderarti con ogni cellula del mio corpo e averti è stato un viaggio nell'ignoto e un privilegio.
Io però sapevo che il germoglio che cresceva in me era forte, con radici salde, steli pronti a fiorire in una tempesta di mille petali colorati che avrebbero reso più dolce il nostro cammino: un bellissimo girasole pronto a illuminarci con il suo giallo acceso. 
Amarti è stato facile. Le tue manine agili, forgiate inequivocabilmente per la musica, ci hanno legati dal primo istante. 
Eri tu la piccola creatura tanto attesa, eri tu che con la tua meravigliosa semplicità di bimbo ci hai resi felici e insieme a tua sorella mi hai resa una donna e una persona migliore, crescendo con me, insegnandomi l'amore.
Ho sempre pensato che per essere una brava mamma ci volesse tanto cuore, massimo ascolto e un equilibrato buon senso. Ci ho provato. 
Solo tu potrai fare un bilancio, non adesso che sei giovane e a volte, com'è giusto che sia, insofferente verso mamma e papà, ma quando arriverà il tempo giusto. 
Io, invece, il bilancio di questi 20 anni insieme lo posso fare e per me sono stati 7.305 giorni felici, pieni, appaganti, coinvolgenti, strepitosi e a batticuore, come un innamoramento infinito, come un'emozione che sempre si rinnova.
Da te ho imparato tanto. Ti ho osservato. Ti sono stata accanto e non ho mai mollato, nemmeno quando ero davvero troppo, troppo, stanca. 
Ti ho insegnato a parlarmi guardandoci negli occhi, tu ed io lontani da tutti nella tranquillità di una stanza, anche quando si trattava di confrontarci duramente, anche quando sarebbe stato più comodo soprassedere o chiuderci in un inutile silenzio.
Mi è piaciuto fare pace, abbracciarti, coccolarti.
Mi è piaciuto aiutarti a crescere.
Mi è piaciuto giocare, comprarti i vestiti, scegliere le scarpe, insegnarti ad abbinare i colori, ad andare al mercato e rovistare tra i banchi, ad amare la vita, la natura, gli animali, l'arte, la musica, le tante cose belle. 
Mi è piaciuto leggere con te, ascoltarti studiare e farlo insieme, giocare, suonare, vederti piccolino su di un palco in mezzo ai grandi, vederti innamorato, scoprirti autonomo, indipendente, capace di organizzarti, di stare da solo, di affrontare le tue responsabilità, di accudire come un vero principe azzurro chi è al tuo fianco. 
Per una donna educare un figlio è una grande impresa. Dobbiamo fare in modo che sia forte, rispettoso, costruttivo, dolce e amorevole senza mai tradire la sua vera essenza, senza diventare succube, vittima, ricattabile, indifeso o peggio aggressivo e violento.
Spero che in te ci siano i semi di tutto ciò che di buono e bello abbiamo provato a trasmetterti e che la vita ti sorrida in ogni tua scelta e possibilità.
Da qualche parte ho letto che: "Essere mamma di un maschio comporta la responsabilità e l'onore di crescere un uomo per bene.”

Io mi sento onorata, fortunata e incredibilmente felice perché tu sei il mio "Uomo per bene".

Continua così.

Buon Compleanno, mio girasole.





lunedì 9 aprile 2018

Non sogno più.

Vorrei poter parlare della pioggia, del tempo, di Colazione da Tiffany, di passeggiate, di cappelli da indossare, di fiori, di shopping e feng shui: le cose futili con le quali, a volte, ci riempiamo le giornate.
Le mie parole, invece, hanno il timbro e il colore del mio dolore, grave, cupo, fatto di lacrime e speranze deluse.
Le mie giornate sono la ricerca disperata di un analgesico magico che mi conceda il dono di qualche ora in piedi.
Il futuro non ha più senso e non ha volto. Sono imprigionata in una malattia senza via d'uscita e non avere scappatoie uccide.
Lo chiamano "Fallimento Chirurgico", ma se Loro falliscono, io fallisco.
Cosa fa più male? Non potermi più permettere di sognare.

lunedì 28 agosto 2017

Un dolore senza fine




In questi lunghi mesi di sofferenza fisica e psicologica una cosa l’ho capita: nel dolore siamo soli.
Quando il male ti annulla fisico e mente e costringe il tuo cervello a combattere contro quella sensazione insostenibile che è il dolore lasciando fuori la vita, nessuno, ma proprio nessuno ti può aiutare. Al massimo ti possono abbracciare, cucinare per te o accompagnarti dai dottori, ma finisce lì. E non è una loro mancanza.
Il dolore che annienta la volontà non ammette complici ma solo spettatori.
Sei tu e solo tu a dover guardare in faccia ciò che succede dentro di te. Sei tu e solo tu a dover rispondere come puoi al tuo corpo che ospita qualcosa che ti si rivolta contro.

Le filosofie orientali e olistiche insegnano a non ingaggiare una lotta contro il dolore ma accoglierlo, per rendere più dolce il vivere la malattia. Io ci ho provato, ma alla fine mi sono stancata anche di questo perché non si tratta di un dolore con un fine come quello del parto: un dolore da accogliere e coccolare perché ti porterà in dono un bambino tra le braccia e un amore tutto tuo. No. Quando una malattia ti assale con tutta la sua forza, la fine del tunnel non la vedi. Ogni tanto trovi un anfratto dove riposare, una piccola, fragile, inconsistente oasi di benessere: un’iniezione benedetta e una pillola che ti permettono di dormire, di respirare qualche ora, di dimenticarti per un brevissimo lasso di tempo che sei soltanto tu il prescelto per una prova di coraggio che non interessa a nessuno. Poi tutto ritorna esattamente come prima i dolori, la tristezza, la paura di non farcela. E il tunnel in cui sei costretto a camminare si allunga per chilometri al buio. Procedi verso il basso come in miniera e di galleria in galleria, incespichi, piangi, ti disperi, perdi la nozione del tempo e precipiti sempre più vorticosamente nel pozzo profondo del dolore da dove non sai se una mano un giorno ti salverà restituendoti il dono della luce e la pace.
A volte, in quel pozzo, ti sforzi di guardare meglio, di capire a cosa andrai incontro, ed ecco le domande: come sarà la mia vita?  Ne uscirò? Per quanto tempo le persone che amo e mi amano riusciranno a sopportare il mio peso? Potrò ancora donarmi alla vita, essere generosa e accogliente? Potrò ancora scherzare e ridere? Potrò nuovamente camminare in un bosco, andare in palestra, nuotare nel mare? Ma non è tutto.

Quando si soffre davvero non esistono più desideri, se non quello di guarire. Non esistono voglie, se non quella di alzarsi dal divano o dal letto senza dover piangere dal male. Il cervello perde lucidità e gli orizzonti si fanno piccolissimi. La vita, quando sei schiavo di una malattia è un insieme di momenti, frammenti, secondi di benessere chimico destinati a svanire quando finisce l'effetto. L’esistenza del malato si riduce all’essenziale, a quei piccoli passi che molto spesso lo obbligano a stupidi giri in tondo. Il dolore, quando è serio, non è mai lineare, non contempla un percorso prestabilito, un apice e poi un ritorno fino alla remissione. Il dolore, quando è serio è stronzo, circolare, puntuale, preciso, inesorabile. E tu, ridotto a poco più di una larva, non coltivi alcuna ambizione se non quella di stare bene o se non bene (che ad un certo punto pare persino esagerato) almeno un po' meglio.  

Se sei una donna non ci sono più specchi, parrucchieri, cosmetici, trucco, vestiti, sesso, seduzione. Esistono solo desideri microscopici che si traducono in un solo, unico sogno: dieci minuti privi di dolore. Nel frattempo invecchi velocemente e male di dieci, venti, trenta anni. E piangi un po’ per tutto. Per come ti sei ridotta, per quanto sei sfigata. Le lacrime sono sempre lì, in agguato, pronte a sgorgare al primo saluto sincero, al “Come stai?” di un vicino di casa o quando inaspettata ti arriva la carezza o l’abbraccio di un figlio che ti si accosta per farti sapere, con tutta la delicatezza del mondo perchè teme di farti male, quanto ti vuole bene.
Lo so che sembra strano, ma quando stai male anche l’amore che ricevi fa male. Ogni gesto carino ti trapana il cuore e ti sembra immeritato perché da qualche parte nel tuo cervello c’è un pensiero nascosto che ti uccide più del male fisico: l’idea di non essere degno di quell’amore brillante e puro come un diamante perché sei diventato inutile, pesante, penoso, irrilevante. Sdraiato sul divano o sul letto osservi il via vai di casa tua, quelle vite che vanno, vengono, organizzano, progettano, vivono. E’ un crocevia stupendo dal quale, ti piaccia o no, ne sei escluso.
Per non concentrarti solo su te stesso e non piangerti addosso inizi a guardarti intorno per ricordarti della realtà e del fatto che c’è sempre chi sta peggio. Di solito è un balsamo leggero. Allevia per poco perché la natura e l’istinto di sopravvivenza ti ricordano continuamente il “tuo” problema, ma fa bene all’anima.

Io ho la fortuna di soffrire da quasi un anno per un male odioso ma curabile, non riesco a immaginare cosa possa essere la sofferenza per qualcosa di incurabile. In questi mesi ho pensato molto ad una mia amata zia che dopo tanta sofferenza per un tumore senza via d'uscita ha scelto di farsi ricoverare in un Hospice, luogo compassionevole dove la morte senza dolore è garantita anche a chi non può permettersi l’eutanasia in una clinica svizzera. Ricordo che i primi giorni mi guardava negli occhi spaventata e con un filo di voce mi diceva: “sto morendo”. Poi, col passare del tempo e grazie alle cure dei medici, i dolori erano diminuiti e aveva ricominciato a sorridere e fare brevi passeggiate nel corridoio pur consapevole della fine. Parlavamo della morte e mi prometteva protezione da quel luogo imprecisato e vago che l’aspettava, di cui non sapevamo nulla. Riusciva a parlare, riflettere, ragionare, donare amore e persino ridere perché il dolore fisico, quello che annienta ogni volontà e annulla i pensieri togliendo energia,  l’aveva abbandonata grazie alle pietose terapie farmacologiche che le hanno poi permesso di spegnersi, comunque sola e persa nei suoi sogni, ma senza soffrire.


A luglio, quando mi hanno operata alla fine di un percorso di dolori crescenti ed insostenibili, c’era in stanza con me una signora di circa 70 anni completamente immobilizzata. Era ruzzolata malamente mentre innaffiava l’orto del figlio. Aveva alcune vertebre fratturate ed era impossibilitata a muovere gambe, braccia, testa. Era lì, in un letto gonfiato ad aria per evitarle le piaghe da decubito, costretta a farsi lavare, imboccare e chiedere all’uno e all’altro un sorso d’acqua, un frutto, una grattatina sul naso. 
Il figlio, vedendomi in condizioni migliori della madre anche se ero appena uscita dalla sala operatoria, mi ha chiesto se durante la notte potevo suonare per sua mamma il campanello delle infermiere in caso avesse avuto bisogno. Sentendomi molto più in forze di lei ho detto si. Accanto a quella donna devastata e sofferente ho avuto l'opportunità di dare un’immagine al “c’è chi sta peggio”,  concetto sempre ribadito da chi vuol consolarti e lo fa in maniera grossolana. Rispetto a lei mi sono sentita fortunata perchè a poche ore dall'intervento, anche se con dolore, riuscivo ad alzarmi, andare in bagno, mangiare senza aiuti e fare pochi passi nella stanza. Era la mia prima notte post chirurgica. Una notte che ho passato a chiamare le infermiere per quella sconosciuta: una donna inquieta ed esigente che ogni dieci minuti aveva bisogno di qualcosa. Nella sua assurdità e mancanza di rispetto mio e delle infermiere, accecata com'era solo e soltanto dal suo dolore, mi ha comunque ricordato che si poteva stare peggio di come stavo io.  Mi sono sentita sollevata, ma solo fino al ritorno a casa, quando la ricaduta inaspettata nei dolori di sempre mi ha riportata a me stessa e all’inevitabile lotta senza tregua contro il male fisico. Una lotta da poveri cristi che ti toglie energie per qualunque cosa e diventi un morto vivente in balia delle tue maledette algie.

Un amico che cura secondo metodologie non convenzionali, di fronte ai miei primi dolori mi aveva consigliato: parla con la tua schiena, falle capire che hai capito il messaggio, che sai perché ti è uscita l’ernia del disco e ora sei pronta a guarire. Io le ho parlato seriamente, con impegno, ma non è successo niente. Solo oppiacei e morfina mi hanno regalato un po’ di sollievo insieme a tanta, odiosissima, sonnolenza. Dato che quando si sta male le persone come me si colpevolizzano, ho iniziato a sentirmi smarrita, a pensare di non essere in sintonia col mio corpo, di non sapere gestire ciò che mi accade a livello fisico e giù massacri mentali. Intanto il dolore aveva sempre la meglio. Desideri annullati. Vita rimandata. Progetti inesistenti e tante, tantissime lacrime. Pianti spossanti e disperati. A me alla fine, quando sto tanto, tanto male, riesce solo di piangere. Non lo decido e non lo vorrei. Succede. E’ l'unico espediente che la mia mente riesce a partorire per reagire all’assurdità di una situazione che secondo logica, statistiche, medici e sentito dire: “avrebbe dovuto terminare da tempo”.

Tornando alla solitudine del malato devo dire che è inesorabile quanto inevitabile. Puoi provare a pregare, accendere candele, recitare mantra, ma quando lo fai capisci che nessuno ti ascolta. Puoi rivolgerti a tua zia (quella che ti ha promesso protezione), puoi provare a scomodare con lei gli dei dell'Olimpo e tutte le persone che hai amato e che non ci sono più, ma niente. Sei condannato a giocare a scacchi coi tuoi guai. Nessun miracolo ti salva. Sei solo con il tuo dolore. Stop. E te la devi cavare come puoi, con le risorse e la forza che hai perché nessuno, anche la persona più devota e innamorata potrà farlo per te.
Siamo soli in questo universo. Soli nella malattia. Soli nella sofferenza. Soli nella morte. In questa solitudine ci sentiamo piccoli, piccoli perché la fragilità prende il sopravvento.

In conclusione non so se siamo spirito e anima, di sicuro siamo nervi, muscoli, tendini, ossa, organi e chimica in balìa del caso. 
Prima lo capiamo, meglio è.




domenica 9 aprile 2017

Punti di "Non Ritorno"

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. E’ quello il punto a cui bisogna arrivare".
(Franz Kafka)

Quando ho avuto chiaro questo pensiero? Le due volte che ho partorito. Nel momento dei dolori forti, quando avrei desiderato fare una pausa e ripensarci un attimo (scusi dottore...rewind...forse ho cambiato idea) ma la vita dentro di me aveva urgenza di farsi avanti. Una figlia. Un figlio.
Lì, in mezzo al frastuono turbolento e fuori dal tempo del travaglio, ho pensato: ok Ale. Non si torna indietro. Non si può. Su le maniche. Si va avanti. Fallo nel migliore dei modi. Fallo con cuore caldo e mente lucida. Fallo come la natura ti suggerisce. Fallo come le donne antiche. Respira insieme alla tua bimba. Combatti per il tuo bambino. Aiutali a nascere. E' la vita che chiama. Lo hai voluto tu. Sii presente. Sfoglia il tuo album di belle foto. Pensa all'azzurro del cielo, alle onde del mare, alle rondini, alle balene, alle api che danzano intorno ai fiori, ai vulcani, agli abbracci, al batticuore dei primi amori, ai profumi d'estate all'alba, al blues, al soul, a tutta la Bellezza che ti viene in mente perché in questo rito sacro, ordinario e straordinario, sei una parte d'infinito e celebri il mistero della vita.
Ed ecco la meraviglia del non ritorno: oltre al dolore, oltre alle paure, oltre agli occhi chiusi e ai denti stretti, oltre al respiro affannoso, oltre all'ospedale, ai suoi camici verdi e alle sue leggi, c'è una baia azzurra, un approdo dolcissimo nel mare della tranquillità. La mente, dopo il grande rito di passaggio, riposa finalmente nell'oasi di miele di un amore immenso, luminoso e unico, fino a lì solo vagamente immaginato.
Ed ecco il profumo straordinario di esistenze fresche, tutte nuove, da annusare, da vivere, da inventare. Manine che stringono forte. Occhi da guardare. Cuori da custodire. Promesse da mantenere.
E' da quel "non ritorno" che inizia il grande viaggio. Il più bello. 









Capodanno

Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...