sabato 8 marzo 2014

Corriamo coi lupi, coltiviamo le mimose del cuore


Ho lottato, manifestato, provato sentimenti di solidarietà ed empatia. 
Ho creduto nelle Donne, nell'eguaglianza, nel diritto ad essere riconosciute e a riconoscerci. 
Sentivo le Donne sorelle. 
Ho manifestato fuori dalle fabbriche.
Ho partecipato a collettivi.
Ho gridato slogan sulla riappropriazione del corpo.
Ho affrontato la trincea dei posti di lavoro per farmi riconoscere come "giornalista" e non come Donna che scriveva per hobby. 
Sono stata discriminata in ambienti dove il  99% erano uomini, per lo più pettegoli e maldicenti. Con dispiacere, in quegli stessi ambienti, non ho mai incontrato la solidarietà delle altre Donne che, al contrario di me, sgomitavano come matte, riuscendo dove io fallivo.
Sono passati decenni e la società si è fatta liquida, come le relazioni, la cultura, l'informazione, i rapporti umani e familiari. 
Molte Donne, grazie al ventennio targato mister B, sono entrate in politica attraverso il solito iter, vecchio quanto il mondo, gradito e pilotato dai maschi dominanti.  
Altre sono diventate famose in televisione per la sola virtù dei loro corpi avvenenti, offerti in pasto dal mattino alla sera a passivi divoratori d'immagini, vuoti come i programmi che le ospitano. Per questi "successi" non ho provato rabbia, né gelosia, solo nausea ed imbarazzo.
Nel frattempo sono cresciuta, quasi invecchiata e oggi, a sentir ancora parlare di "quote rosa", "parità di genere" e simili sciocchezze da riserva indiana mi viene da piangere per il fallimento di tutti gli ideali che mi facevano sentire Donna tra le Donne, gioiosa portatrice di sogni gialli e profumati come mimose.
Quante e quante volte, credendoci fino al midollo, ho recitato in poesie e spettacoli "femministi" sulla discriminazione, sulla violenza, sulla sudditanza psicologica, peggiore di quella fisica! Parole ed impegno autentici che riecheggiano lontane ed oggi suonano vuote, non perché i problemi siano mutati o perché io abbia mollato la presa rivolgendomi ad altri ideali, ma perché le Donne sono cambiate, assorbite anch'esse nel sistema di non valori, svuotate di senso e specificità. 
La giornata della Donna negli ultimi anni è diventata la festa delle pizzerie, dei tristi spogliarelli maschili, delle minigonne in lurex, delle ultra sessantenni che sudano col trucco colato ballando sul cubo, dello squallore di serate organizzate per una Metà del Cielo che non riconosco e non mi riconosce.
Oggi, 8 marzo 2014,  sono più che mai convinta che i valori delle persone (umani, professionali, spirituali) siano da ricercarsi nella Qualità e non nel Genere. Il Genere ha fallito. 
Non siamo tutte in gamba.
Non abbiamo una marcia in più solo perché mettiamo al mondo figli (anche perché poi bisogna saperli crescere e bene)  
Non siamo tutte belle dentro e fuori. 
Non siamo tutte oneste.
Non siamo tutte dotate d'intuito e sensibilità.
Inoltre abbiamo imitato i maschi assumendone gli aspetti peggiori. Le teenager parlano come scaricatori di porto e diffondono selfies pornografici sui telefonini dei coetanei. Fanno sesso a scuola o in discoteca e stabiliscono la data entro la quale non essere più vergini per non fare la parte delle "sfigate". Alcune si prostituiscono per un paio di scarpe firmate o una ricarica di cellulare. 
Ci riconosciamo in queste ragazze? Immagino di no, ma prima di gridare allo scandalo dovremmo chiederci di chi sono figlie e interrogarci su cosa abbiamo perso per strada per ridurle e per ridurci così: distratte viaggiatrici in un mare di vacuità.
In una società profondamente sessista occorre ancora oggi lottare per il riconoscimento di una vera parità sociale, ma non penso si debba farlo comportandoci da uomini squallidi. 
In questo terzo Millennio, la sola lotta che ritengo valga la pena di essere combattuta consiste nel cercare di essere soprattutto persone migliori, con una cifra umana qualitativamente elevata, data da una militanza costante nella ricerca del Sé e della Bellezza, quella vera, non quella di cui tanto si parla di questi tempi e a sproposito. 
Sono convinta che solo le Donne che inizieranno a "correre coi lupi" segneranno il cammino verso una vera evoluzione. Natura selvaggia, ascolto profondo, verità, giustizia, amore per la natura e per i cuccioli, memoria del passato e rispetto degli antenati saranno il solo lasciapassare per un'autentica rinascita.  



"La donna selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere. Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli. Riunirsi alla natura selvaggia significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione, riprendere i propri cicli. 

La donna selvaggia è intuito, veggenza, colei che sa ascoltare. Lei è idee, sentimenti, impulsi, memoria. E’ colei da cui andiamo a casa. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile. Vive in un mondo lontano che a forza si apre un varco verso il nostro mondo".
Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés

martedì 31 dicembre 2013

Brindisi di Capodanno


Brindo a voi, mio sangue, mio segno indelebile: Emilio, Celeste, Leonilde, Cesarina. Nomi d'altri tempi per anime antiche.


Brindo a mia madre che, passati gli 80 anni, non ha ancora imparato la gratitudine verso la vita: maledice il vento, il caldo, il freddo, la luce, il buio, il giorno, la notte in un' ultima età segnata da "insormontabili" fastidi.

Brindo agli amici che se ne sono andati proprio il giorno in cui, stanca di compiacerli, ho iniziato ad amarli dicendo loro ciò che pensavo.

Brindo ai narcisisti, ai manipolatori che ho imparato a riconoscere ad occhi chiusi: vampiri senz'anima incapaci d'amore, condannati a piacere per piacersi.

Brindo a una donna che da giovane, e solo perchè contrariata, offendeva la gioia passando la maggior parte del tempo al buio in un letto. Ora, nello stesso letto, è costretta da una lunga e dolorosa malattia.

Brindo alla chimica del mio corpo che non vuole funzionare;

Brindo a chi ho accanto ma non mi conosce; a chi non chiede mai come sto o cosa penso; a chi mi dà per scontata; a chi,inutilmente, ricorda di avere una famiglia solo a Natale.

Brindo ai nemici che sconfiggerò con un sorriso.

Brindo all'onestà; ai fragili; ai vinti; ai Paperino e ai Vil Coyote.

Brindo agli amici ancora sconosciuti che un giorno varcheranno la mia porta e ceneranno con me a lume di candela.

Brindo alle affinità elettive; ai fratelli e alle sorelle del mio cuore.

Brindo alla poesia, alla danza, alla musica, al cinema, alla letteratura, alla fotografia.

Brindo alla Bellezza che mi commuove ovunque la colga; ai pensieri leggeri e agli atti creativi.

Brindo alle rivoluzioni e all'anarchia; alla coerenza, ai valori dei nonni, alla semplicità.

Brindo ai miei figli, grandi maestri di vita e stelle polari nel mio cammino.

Brindo ai libri che non ho scritto, ai quadri che non ho dipinto, ai viaggi che non ho fatto, ai profumi che non ho annusato, ai mari che non ho navigato, alle montagne che non ho visto, ai popoli che non ho incontrato.

Brindo alle cose che non capisco e al silenzio profondo e distante con il quale ho iniziato questo nuovo anno, che m'impegno di custodire come un bene prezioso per il tempo che mi resta.

Brindo al mio cuore pazzo che da un po', senza preavviso, mi batte forte in petto. 

Brindo agli anni passati e a quelli che verranno con un solo sentimento da condividere: Speranza.




giovedì 26 dicembre 2013

Tempesta di Natale




fotografia di Marco Click Ferrando



La forza del vento stravolge il paesaggio. 
Cambia le persone. 
Cappotto, cappuccio, stivali, spruzzi di sale sul viso.

Mani gelate. Cuore caldo. Respiro in affanno. Vene che pulsano. Sangue che scorre in arterie sfilacciate e contorte come percorsi di vita.

Procedo controvento in una solitudine irreale.
E' l'ora dei ricordi. Lascio che le immagini arrivino. Le accolgo. A colori o in bianco e nero, non importa. Non filtro. Non elaboro. Non penso.

Il mare sfacciato mi bagna le labbra, un vortice inatteso mi ruba la sciarpa.
Fortunale di corpi, anime, tronchi d'albero e copertoni. 



Tempesta di Natale.

Nel tempo dei bilanci la mente esonda per le troppe burrasche.
Un passo dopo l'altro riaffiorano i volti ritrovati e persi
Amici dimenticati.
Amori accennati, altri fraintesi.

Poche le cartoline: la fredda notte dei miei 12 anni, con mio fratello addormentato sul passeggino e la nebbia che si tagliava col coltello; 
le montagne dei miei zii coperte di neve nelle feste di famiglia; 
il funerale di mio padre in un grigio mattino di gennaio quando la terra, coperta di brina bianca, per solidarietà col mio dolore si era fatta così dura da sfiancare i becchini nello scavare la fossa.

Il mare inquieto di dicembre è ansia spazio-temporale.  
Le barche sono in allarme ma restano lì, sulla battigia, a scrutare l'orizzonte come marinai in congedo, riluttanti all'idea di dover riprendere il largo.

Il vento del nord mi parla di un abete pieno di luci e del presepe innevato di mia madre - sublime regina dei contrasti - con bianchi minareti d'oriente e laghetti di stagnola dove danzavano minuscole ochette di plastica.

E' tardi. Torno a casa.
La notte, come me, digrigna i denti prima di affrontare, al buio, il rumore sinistro del vento.









martedì 3 dicembre 2013

Lupus in Fabula, a Genova un'interessante mostra dedicata ai personaggi delle fiabe a cura di Marco Toschi


Valeria Chiara Puppo, coreografa e performer interpreta Pinocchio




Chi, da bambino, non si è addormentato ascoltando le fiabe narrate da una nonna, una mamma, un papà, un nonno, una sorella, un fratello maggiore?

Tutti, a nostro modo, sin dai primi anni di vita abbiamo immaginato, affrontato ed elaborato i mostri paurosi dell'infanzia grazie ai protagonisti delle storie più antiche, tramandate da secoli: la strega malvagia di Biancaneve, il lupo avido di Cappuccetto Rosso, il crudele Barbablù, l'ingenuo Pinocchio e molti altri ancora.

Con “Lupus in Fabula” il fotografo Marco Toschi ha scelto di fare un viaggio dentro e fuori dal tempo per una “mise en scène” di carattere prettamente teatrale nella quale prendono vita i personaggi archetipici che più spesso ricorrono nelle fantasie dei bambini.

In scenari volutamente surreali e in alcuni casi totalmente decontestualizzati, vivono e agiscono personaggi fiabeschi interpretati da attori-modelli, mai disgiunti da un'emozione prepotente, da un pathos ad un tempo arcaico e contemporaneo, riconoscibile da chiunque si trovi di fronte alle opere fotografiche di Toschi e sia cresciuto alla luce orrida, accecante, rasserenante o fioca dei magici racconti della sera. 

Elaborate dalla cultura dei popoli in ogni luogo e tempo, le “fabulae” evocano situazioni che consentono al bambino di affrontare le difficoltà della propria esistenza; utili perché permettono di tradurre in immagini gli stati d'animo interiori e trasportare nella realtà significati nascosti.

Il bimbo, nella prima infanzia, è attraversato da forme comportamentali animistiche per cui l’elemento magico del fiabesco appare essenziale. Ed ecco che i personaggi delle fiabe entrano in azione a suggerire, con linguaggio semplice, i grandi temi dell'esistenza: 

il bene, il male, la crudeltà, l'odio distruttivo, il lutto, l'invidia, l'amicizia, la solidarietà, la fratellanza, l'amore disinteressato, il soprannaturale. 

In sostanza, sin dai primi anni di vita, le fiabe ci pongono di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte) esemplificando le situazioni e rendendo chiaro ciò che nella realtà è confuso. 

Anche gli adulti hanno bisogno di fiabe per allentare le tensioni interiori e risolvere conflitti, per liberarsi dalle catene di un'esistenza non conforme ai bisogni più autentici e iniziare a viaggiare verso il proprio Sè. Ed è per questo che Toschi dedica, soprattutto a loro, il suo punto di vista su alcuni tra i più controversi personaggi delle favole. 

Nell'allestimento dei singoli set fotografici, dedicati a Biancaneve, Pinocchio, Barbablu', Moglie di Barbablu', Gretel, Uomo di Latta e Raperonzolo un contributo determinate è dato dalla mano esperta della Make Up artist Marzia Pistacchio, curatrice del progetto artistico e specializzata in trucco teatrale, che ha realizzato il make up dei protagonisti ed elaborato i diversi posticci, dedicando ad ogni maschera studi approfonditi che rendessero nel migliore dei modi il senso magico e tragico della “fabula” perché, come scrive saggiamente Paolo Coelho:


“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso”







Locandina della mostra che si terrà a Genova il 7 e l'8 dicembre 2013




domenica 13 ottobre 2013

SOLITUDINI



Da bambina avevo paura di ammalarmi perché quando succedeva la mamma mi sgridava.
"Con tutto quel che ho da fare questa si ammala!"  Era la frase d'esordio ad ogni mio febbrone e riusciva sempre a farmi sentire in colpa, sbagliata, inopportuna, inadeguata, degna di non essere amata.
Comunque sia, poiché "aveva da fare", mi mollava ore sola in casa.
Ricordo il piacere che provavo quando tornava e mi posava le mani fredde sulla fronte bollente. A volte mi portava qualche primizia, un giornalino, ma sempre con cipiglio da bersagliera frettolosa. Non mi leggeva libri. Non inventava favole per me.
Un'estate, mentre ero ospite da zia Gemma a Brescia,  una zia acquisita madre di quattro figli ormai grandi, mi venne una febbre oltre 41 e la zia per giorni e notti restò ai piedi del mio letto senza mollarmi un secondo. Provai un infinito senso d'amore e gratitudine per quella donna premurosa - mai dimenticata - perché per me, lei, era una vera mamma.  La Mamma con la maiuscola. Quella che avrei desiderato.
La mia era in tournée e venne a trovarmi con mio padre, quando ormai ero ristabilita, con l'aria a metà tra l'apprensivo e lo svagato.
Questa è la ragione per la quale, quando i miei figli sono malati, non li mollo un secondo, li vigilo di giorno e li tengo nel lettone di notte. 
Siamo il risultato del nostro vissuto e il mio è fatto di tante privazioni, distrazioni e dimenticanze subite. Un esempio? Mio padre arrivò in ritardo alla mia prima Comunione con un'eccentrica amica (mai vista prima) che indossava un buffo cappellino bianco da cerimonia simile a un fungo. Mia mamma lavorava in teatro e la domenica, quando di solito si celebrano certi Riti, aveva due spettacoli.
Fortuna che una zia acquisita, che mi fece anche da madrina, si offrì di accompagnarmi in chiesa!
Ma io, col mio perfetto abito bianco di taglio sartoriale ricco di candide perline, la coroncina da principessa, il velo e i guanti avrei voluto scappare lontano. 
Nel più bel giorno per tutte le mie amiche, io mi sentivo la bambina più triste e più sola del mondo!

domenica 15 settembre 2013

ALTA VIA

Nei boschi la pioggia bagna spalle e stivali.
Piccole e verdi cascate in grandi foglie.
Profumo di funghi, vento di mare, terriccio di quercia e di faggio.
Radure di muschio.

Lumache timide.
L'autunno in Liguria è un'Invenzione di Bach con scale ascendenti e discendenti.

La macchia sprigiona profumi, ma vorrebbe disperatamente trattenerli per i giorni in cui le sarà dolorosa la malinconia d'estate.

Le ginestre si spogliano rassegnate e regalano baci in bottoncini gialli.
Dopo il caos estivo, il mare sembra cercare un po' di quiete nella gradazione tonale del viola freddo che tende al plumbeo, mentre la tramontana gli spazzola il pelo con raffiche di energia.

E quando, dal piacere, le onde scrollano la coda, il salino in aerosol perde la rotta e si appiccica al cielo. 

La quiete è un'increspatura pazza che gioca laggiù ad un palmo dall'orizzonte.
E le nuvole? Panna montata verso l'ignoto. 





martedì 4 giugno 2013

5 giugno 1998


15 anni fa nasceva mio figlio Samuele: desiderato, atteso, amato da molto prima di quel 5 giugno 1998 alle 14.40.


All'alba, dopo una notte agitata, io e suo papà siamo andati all'ospedale, a Pietra Ligure.

Faceva molto caldo. Un bel caldo estivo. Indossavo un abito leggero di tutti gli azzurri possibili. Un trionfo di cieli. Gli uccelli e i gabbiani cantavano e garrivano forte in un celeste striato di bianco. La luce era accecante. Da togliere il respiro. La felicità che provavo per essere arrivata a quel traguardo era più forte della preoccupazione del parto.

Per nove mesi, io e lui, ce l'eravamo raccontata cuore a cuore, sangue a sangue, battito a battito, respiro all'unisono. Ascoltavamo musica. Gli cantavo antichi mantra. Gli dedicavo poesie, canzoni, pensieri leggeri. Era un dialogo continuo, dolcissimo, commovente. Lui si muoveva ed io cercavo di accarezzarlo con le mani e con la mente.

La straordinaria e dolcissima fatica di una nascita ed eccolo lì: sereno e stropicciato, adagiato sulla mia pancia col cuoricino allegro e la pelle morbida.

Un dono unico. 


Musica, musica, ancora musica ed infiniti, emozionanti colori nella nostra vita.

Grazie tesoro!












lunedì 6 maggio 2013

Emanuele Dabbono e l’arte raffinata della semplicità






Quel che mi conquista di Emanuele Dabbono, 36 anni, cantautore ligure noto al grande pubblico dopo la partecipazione ad X Factor nel 2008 è il modo schietto, pulito e diretto di vivere il suo mestiere.
Non è facile, oggi, incontrare un cantautore che scelga di non sedurre il pubblico con furberie più o meno raffinate; gigionerie buone per spettatori disattenti; seducenti affabulazioni.
Emanuele, invece, porta la sua arte sul palco con estrema dolcezza e delicatezza. Si avvale di ottimi musicisti che ne arricchiscono sapientemente il mood e gli arrangiamenti offrendo uno spettacolo ineccepibile. Ma ciò che da spettatrice apprezzo dei suoi concerti è la gioia di essere sul palco, la generosità nell'offrirsi e la voglia di condividere con il pubblico libere emozioni, rinunciando ad artifizi, anche musicali, e frasi ad effetto.
I numerosi giovani e fedelissimi che lo seguono consumano il rito del concerto con un'incredibile voglia di partecipare fatta di sorrisi e brani di canzoni condivise e cantate a squarciagola.
E lì, sul palco, a guidarli, c’è un artista che altro non è che uno di loro. Un musicista che con la sua voce racconta le storie di una generazione a volte sedotta dal rischio di un edonismo spicciolo, altre tentata dal qualunquismo o rapita dal desiderio di viaggiare alla ricerca di valori perduti o di una nuova appartenenza.
A concerto terminato Emanuele, che concede lunghi e generosi bis, scende dal palco ed è sempre lui: nessuna distanza nei suoi occhi, nessuna superiorità, nessun divismo nonostante gli applausi scroscianti e i riconosciuti successi. Come un artigiano che umilmente svolge il suo lavoro, Dabbono regala ai numerosi e fedelissimi fan le sue canzoni con professionalità certosina, senza risparmiarsi.
Ed è così che con gioia ed educazione passano valori, ottima musica e, per fortuna, nessuna “sacra” verità.


"Alla fine" video:

mercoledì 24 aprile 2013

Festa di Liberazione


Un pensiero d'amore a mia mamma, ragazza coi calzini corti dentro le scarpe, la camicetta con le maniche a sbuffo e la gonna attillata; a mio padre con la sua "Giustizia e Libertà" e, da subito, jazz a fiumi e sigarette nelle vene.
Al loro desiderio di fratellanza, di musica e d'amore.

Lei ballerina, lui ansioso di parlare inglese e mischiarsi col nuovo mondo a ritmo di jazz e boogie woogie.
Avrei voluto esserci quel lontano 25 aprile a Torino, anche piccola, anche bambina, per ballare abbracciati con una speranza nel cuore.


giovedì 21 marzo 2013

Primavera in controluce


Adoro alzarmi all'alba quando il sole, inatteso, mi sorprende dietro le tapparelle abbassate per avvolgermi come un innamorato con tutta la sua luce.
Il profilo della collina è nitido e l'azzurro tenue del cielo è come se cantasse un dolcissimo inno all' amore universale.
Sono attratta dal canto delle sirene della mutevole e pazza primavera e inizio a camminare.
Voglio raggiungere il mare respirando l'aria pungente di questo mattino di marzo;

Alzare lo sguardo sulle luci alte del giorno che definiscono chiaroscuri sui muri delle case; 
Passare dal tepore del sole al freddo, nell'ombroso abbraccio dei vicoli: percorso di passi consapevoli in un vecchio borgo di pescatori tra profumi di caffè, brioche e focaccia.
Guardare il mare in controluce.
Sentire in faccia il sole che brucia.
E nell'ombra, chiuse in tasca, le mani gelate.







venerdì 8 febbraio 2013

Emanuele Dabbono life: musica e poesia senza compromessi

Dalla prima canzone suonata con la chitarra alle scuole medie, al secondo disco che uscirà nel 2013; da X Factor, ai palcoscenici più importanti d'Italia; dai libri bianchi che colorava da bambino, alla pubblicazione di un libro per Feltrinelli. 

In una breve intervista la storia di un musicista del nostro tempo.


Tutto è cominciato con un foglio bianco. Il padre, operaio in una tipografia, gli portava a casa fantastici libri, non stampati ma perfettamente rilegati. Per Emanuele, che da bambino avrebbe preferito in regalo una macchinina, quei fogli bianchi sono diventati sin dai suoi primi anni di vita uno spazio creativo, un vuoto da riempire, prima di segni e disegni, poi di parole; solo più tardi di musica e testi.

Ho iniziato a suonare la chitarra alle scuole medie. La prima canzone che sono riuscito ad eseguire è stata Desperado degli Eagles. Di lì ho compreso profondamente ed intimamente il valore delle emozioni che una semplice canzone poteva trasmettere e la forza comunicativa della musica. Da quel giorno non ho più smesso di suonare e comporre nel tentativo di trovare una strada tutta mia. Quei libri bianchi sono diventati i miei quaderni di appunti.

Durante un viaggio in Irlanda ho avuto ulteriore conferma di quelle che fino ad allora erano state semplici intuizioni. Ero a Doolin, un paesino di pescatori. Sono entrato insieme ad amici in un pub noto per le live session di musica tradizionale. Seduti a bere avvertivamo di non essere graditi. Non capivamo se si trattasse degli abiti o che altro; poi, quando ci hanno mostrato il palco e fatto capire che avremmo dovuto esibirci in qualche modo perché lì era la regola per ogni avventore, sono salito e ho suonato. La gente partecipava. Applaudiva. Era felice. La comunicazione, dopo il momento di tensione iniziale, si faceva sempre più calda. Ecco. Questo è per me fare musica: interagire con il pubblico e traslocare emozioni. Per i concerti non preparo mai una scaletta, ma solo una quarantina di brani. Vado a braccio e scelgo i pezzi sulla base del pubblico che ho davanti, ascoltando e percependo le loro reazioni. Certo per i musicisti che suonano con me non è semplicissimo ma è così che deve essere”.

Dopo "Trecentoventi", album  uscito nel 2012 con la band dei Terrarossa, sta per essere pubblicato il secondo dal titolo "La velocità del buio". Come nascono le tue canzoni? Da dove l'ispirazione?

Le mie migliori canzoni sono nate a Genova in sopraelevata. Ho sempre con me l'Iphone, canto, scrivo, annoto e la canzone prende forma. Tutto è occasione per inventare un brano. Dal fare la spesa ad osservare la gente per strada. L'importante è essere in sintonia con quello mi sta intorno”.

Oltre ai dischi hai scritto un libro,“Genova di spalle”, e un secondo è in uscita. Come sono nati?

“Il primo è una storia di sopravvivenza in provincia. E' un romanzo breve con un linguaggio volutamente semplice, adolescenziale. Avendo fatto per anni l'educatore, ho concepito il libro come storia di formazione, scritto sotto forma di diario per raccontare il bello e il brutto dell'adolescenza di un ragazzo ligure, tra gite in montagna, partite di calcio, primi baci alle ragazzi, cassette dei Pink Floyd, vacanze con gli amici, corse in bicicletta, feste di paese e soprattutto i rapporti con la sua famiglia e i suoi coetanei.
Una volta scritto l'ho inviato a tutte le case editrici. La pubblicazione, nel 2010, è stata a cura del Gruppo Albatros e le vendite molto al di sopra delle aspettative. La sorpresa è stata che pensavo di aver scritto un libro malinconico, invece molti lo hanno trovato divertente, addirittura comico. Ho continuato a scrivere e il prossimo libro, una raccolta di poesie, s'intitolerà “Musica per lottatori” e uscirà entro l'anno per l'editrice Feltrinelli.

Tu che hai avuto una grande popolarità con la partecipazione alla prima edizione di X Factor consiglieresti ad un giovane di partecipare ad un talent show televisivo?

“Trattandosi della prima edizione non potevo immaginare come fosse il programma. Sapevo solo che il vincitore si sarebbe portato a casa un contratto discografico. Per me è stata un'esperienza utile, ma non lo consiglierei ad un musicista perché non credo che emergere in un talent possa essere la soluzione. Ad un giovane agli esordi suggerirei piuttosto di andare a vivere e suonare all'estero; oppure lavorare assiduamente ad un progetto e proporsi alle case discografiche solo dopo aver maturato un proprio stile. Il tutto per evitare il rischio di manipolazioni perché, nei talent, tentano in tutti i modi di plasmarti a partire dal look per finire all'identità musicale. Io ho rifiutato il contratto con la Sony per un disco di Cover proprio perché non corrispondeva alla mia idea di musica.

Sei pentito della tua scelta?

"Assolutamente no perché se l'uomo e l'artista devono essere una cosa sola, occorre coerenza. E io, all'autenticità, non rinuncio".


Emanuele Dabbono, 36 anni, cantautore genovese, è stato uno dei protagonisti della prima edizione di X Factor, talent show televisivo andato in onda per la prima volta su Rai2 nel 2008, aggiudicandosi il terzo posto dietro a Giusy Ferreri e ai vincitori Aram Quartet. All'indomani del successo di X Factor, ha rifiutato la proposta discografica della Sony per la registrazione di un album di cover preferendo pubblicare un EP con canzoni sue per l'etichetta Edel.
A fine 2011, prima sulla piattaforma iTunes ed in formato disco nell'aprile del 2012, insieme al gruppo dei Terrarossa ha pubblicato il primo disco dal titolo "Trecentoventi" per l'etichetta Grace Orange/Halidon. E' passato un anno dall'uscita di "Trecentoventi" ed ecco che il 2013 darà alla luce il secondo album: “La velocità del buio”, il cui titolo prende spunto dalla riflessione di Emanuele su quanto sia facile, oggi, veicolare ed amplificare informazioni dettate dall'ignoranza e da un approccio mordi e fuggi con il mondo, piuttosto che dalla cultura o dalla voglia di sapere. Ma la luce in fondo al tunnel c'è perché per Dabbono, di fronte al vuoto che avanza, ci sono piccole luci e ancore di salvezza da scovare per non farsi schiacciare dalla banalità.  Musicalmente, il disco segna un'evoluzione nel sound dei Terrarossa. 

Per saperne di più: 
http://www.dabbono.com

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Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...