martedì 4 settembre 2012
giovedì 26 luglio 2012
Photorilievi: Nowhere Girls
martedì 24 luglio 2012
Matrimoni low cost a Celle Ligure
giovedì 7 giugno 2012
Marilyn Monroe, l'amara dolcezza di essere fragili....
Il film Marilyn di Simon Curtis, visto ieri al cinema, mi ha catapultata senza preavviso nella mia fragilità.
"Tu da che parte stai?" chiede la famosa attrice a Colin Clarke, assistente di Sir Lawrence Olivier sul set de "Il principe e la ballerina" e autore del diario "My week with Marilyn" dal quale è tratto il film.
Una frase semplice, istintiva, infantile, ma di enorme importanza per afferrare in tutta la sua meravigliosa essenza l'incantevole delicatezza di una donna che chiedeva ininterrottamente aiuto; che implorava approvazione per poi non esserne mai sufficientemente appagata perché il suo vuoto interiore era troppo grande ed ogni abbraccio ottenuto, con le lacrime o col sorriso, non poteva essere altro che una piccola ed instabile conquista.
La fragilità, che conosco fin troppo bene, se abbinata all'insicurezza e ad un temperamento artistico porta a difficoltà immense sia nella vita di relazione, sia nel rapporto con se stessi perché non ci si sente mai abbastanza amati; mai abbastanza coccolati; mai abbastanza considerati; mai abbastanza importanti per qualcuno. E si esige molto, dando molto.
Il dolore di Marilyn, condannata alla solitudine dalla sua immensa insicurezza e dal disperato bisogno d'amore e di approvazione, è un dolore senza scampo anche per una Dea come lei. E' una prigione buia che ci spalanca le porte solo quando siamo disposti a capire che felicità, vita, gioia, benessere, allegria sono soltanto nostre.
Per molto tempo ho avuto momenti in cui mi sono sentita intimamente piccola, incompresa, stanca di vivere. Ero incontentabile? Sempre insoddisfatta come qualcuno ha tentato di farmi credere basandosi su un'analisi di superficie? No.
Si trattava semplicemente di fare i conti con un'infelicità cronica che aveva origini lontane e che solo io avrei potuto cancellare. Dovevo rimboccarmi le maniche e lavorare duramente per colmare quei vuoti, quei buchi neri, quel veleno autodistruttivo che i miei genitori avevano seminato nel mio piccolo corpicino sin dal primo istante di vita.
Loro non lo sanno, ma mi hanno trivellato l'anima riducendola ad un colabrodo ogni volta che mi hanno lasciata sola senza poter fare domande o senza ricevere spiegazioni; ogni volta che bisticciavano e si picchiavano davanti ai miei occhi terrorizzati ed io piangevo senza riuscire a respirare perché il cuore mi scoppiava nel petto; quando si lasciavano tra urla ed insulti e mi affidavano a tempo indeterminato a una zia, a una nonna, a una colonia, a un collegio; quando mi obbligavano una volta all'anno a cambiare casa, scuola e amici una volta o mi deridevano senza comprensione se mi sorprendevano a succhiare il pollice nascosta in un angolo o dicevo di aver paura del buio. Quante notti ho passato sveglia, temendo fantasmi, con il divieto di raggiungere il lettone dei miei per non sembrare viziata, capricciosa e stupida!
La fragilità, pur con storie diverse, nasce lì. In quel tempo bellissimo e breve in cui siamo piccoli angeli candidi caduti dal cielo, che chiedono solo di dare e ricevere amore. Se si è sfortunati, però, ci si trova inspiegabilmente travolti e coinvolti in situazioni dolorose che non comprendiamo, alle quali non possiamo neppure dare un nome perché la nostra piccola vita non ce lo ha ancora insegnato. E ci arriva in faccia tutto il dolore, tutta la violenza, tutta la crudeltà di adulti egoisti ed immaturi, incuranti dei nostri occhi azzurri spalancati sul mondo. Se mamma e papà non si amano pensiamo sia colpa nostra. Vorremmo stringerli forte, ma abbiamo braccia troppo piccole per circondarli. Siamo impotenti e i semi dell'autostima e della sicurezza s'incrinano per sempre.
So che significa essere feriti profondamente e proprio nella parte più esposta, quando si è tanto puri e nudi da non meritare altro che oceani di abbracci, mille baci sulla fronte, coccole, zucchero filato, complicità, sicurezza e montagne di allegria.
So anche che quelle crepe, quelle voragini restano lì, nel sottofondo di personalità delicate e sensibili senza colmarsi mai. Si resta feriti in eterno. Possiamo perdonare, ma non possiamo guarire.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si forma una crosta sottile nel substrato dell'anima che è solo un'apparente cicatrizzazione. Si vive perennemente in una quiete instabile. Nel silenzio prima della tempesta.
Emotivamente, da bambina, vivevo così. Non c'erano mai giornate, notti o risvegli uguali e bastava una frase mal pronunciata a scatenare l'inferno. Avevo orecchie sempre tese, paure e cuore in allarme. Così, oggi, un temporale, una grandine, un vento del nord possono far crollare la sottile carta velina che tiene insieme una struttura fragile come un castello di carte, al punto da farmi sentire ancora piccola e bisognosa di un abbraccio, come Marilyn quando chiedeva l'aiuto di Clarke.
Ma attenzione, l'abbraccio di cui hanno bisogno le persone fragili non è un abbraccio qualsiasi e mai e poi mai quello del desiderio, perché immediatamente dopo l'oppio del sesso ci si sentirebbe ancora più soli.
Nei momenti in cui i fili sono scoperti e si potrebbe andare in corto circuito, l'unico bisogno di una creatura ferita è quello di un amico, di una sorella, della solidarietà disinteressata, di qualcuno che in silenzio ci resti accanto facendoci sapere che sarà sempre e comunque "dalla nostra parte".
Marilyn, con la sua disperata fame d'amore, nei momenti di crisi aveva necessità di un solo tipo di abbraccio. Quello che ti fa sentire al sicuro qualsiasi tempesta sopraggiunga. L'unico in grado di lenire le ferite e colmare crepe profonde e doloranti, piaghe mai rimarginate. Quello che ti fa sentire a casa.
Della Marilyn che il film di Curtis ci ha voluto mostrare ho colto soprattutto il dolore dolcissimo e struggente. Una sofferenza satura di Bellezza, che mi sono portata a casa come una malinconica Saudade.
In auto, nella notte, ho pianto di solitudine come una bimba smarrita pensando che nonostante il grande e faticoso viaggio dentro me stessa per crescere e guarire, un po' di Norma Jeane Baker vive e vivrà sempre dentro di me.
"Attraversiamo il mondo, senza requie
e senza redenzione, litighiamo, amiamo, ce ne andiamo
trascinandoci dietro aria di casa, piegatura di vestiti, qualche derrata,
sesso grossolano, partiamo e parcheggiamo, stendiamo di nuovo il nostro odore
casalingo come un lenzuolo noto su un materasso straniero.
Mi addormento, mi sveglio, mi alzo e vado alla finestra, guardo il mare giallo.
Forse scapperò via da te.
Se ti svegli e mi domandi dove vai ti dirò: su, presto
usciamo di qui senza prendere nulla"
(Yitzhak Laor)
mercoledì 23 maggio 2012
Zibba & Almalibre: cuore, talento e fantasia
Con la presentazione del quarto album il via al tour nazionale
Zibba & Almalibre suonano "Anche di lunedì" ed è una fortuna per chi sceglierà di ascoltarli nelle numerose date del tour dell'ultimo disco “Come il suono dei passi sulla neve” presentato al teatro Gassman di Borgio Verezzi (Savona) il 19 e 20 maggio scorsi.
L'album, che potrei banalmente definire "maturo" facendo torto alla creatività di Zibba & Almalibre, propone un linguaggio ricercato ma senza spocchia, autentico, poetico, struggente, malinconico. Disco dopo disco, la crescita di Zibba si è fatta spessa, incisiva e sanguigna sia dal punto di vista della narrazione, sia dal punto di vista musicale. Riconoscibile al primo ascolto per le influenze reggae, il levare giocoso, le vivaci suggestioni alla Conte e l'inconfondibile tocco cantautorale genovese, Zibba con l’ultima formazione ha arricchito ulteriormente il sound di sfumature jazz-blues grazie alla presenza di Stefano Riggi, sax tenore e sax soprano, e di Stefano Ronchi, giovane chitarrista fino a poco tempo fa "allergico" ai cantautori, che oggi considera l'esperienza Almalibre la cosa “più blues" che abbia mai vissuto!
"Come il suono dei passi sulla neve" è un percorso delicato nel mondo delle emozioni. Fotografie senza tempo di una Genova che sviene tra le lacrime e il sale; di un palco vuoto in una piazza d'ottobre; di notti maledette nei pressi di Asti Est; di serate a teatro con gli occhi di Nancy; di malinconie dure a morire per chi il suo male (e il suo mare) preferisce portarseli addosso appiccicati stretti per non perdere nemmeno una riga di emozione. In dialetto ligure, infatti, O Mæ Mâ significa "il mio mare", ma anche "il mio male". Ad accompagnare Zibba in questo bellissimo brano la voce di Vittorio De Scalzi.
Ho chiesto a Zibba quali siano le canzoni che più gli somigliano, tra le tante scritte sino ad oggi. Temevo di metterlo in difficoltà, perché i figli sono figli, ma la risposta non è mancata:
"Le canzoni che mi somigliano di più sono quelle in cui mi ritrovo sempre. Una classifica (ma non in ordine d'importanza) potrebbe essere questa: Nelle sere d'inverno, Dove vanno a riposare le api, Soffia Leggero, Salva, Asti Est, Dauntaun, Tutto è casa mia, O mae mà, Aria di levante. Poi se ci ragiono bene tutte.. poi se ci ragiono meglio nessuna... non è facile”.
Ed è proprio il non facile a piacermi di Zibba, che con gli Almalibre non cerca mai soluzioni comode ma si addentra in ardite complessità musicali. L'ultimo album, registrato in un ex forno per la produzione di mattoni a Moie (Ancona), oltre a De Scalzi si avvale della collaborazione di Roy Paci, Eugenio Finardi, Carlot-ta; mentre le voci recitanti sono di: Adolfo Margiotta, Enzo Paci, Gianluca Fubelli, Alberto Onofrietti, Silvia Giulia Mendola.
Concludo augurando a Zibba che il successo, quello con la "S", arrivi al più presto ma non lo cambi di una virgola perché il suo segreto, al di là del valore compositivo e del piacevole gusto musicale, è nascosto nella profonda capacità di comunicare con il pubblico, di essere autentico e salire sul palco nudo, con il cuore in mano.
Sergio-Zibba è la dimostrazione che talento, tenacia e fatica premiano chi, sin da giovanissimo, sceglie la difficile strada della musica continuando a crederci e a lottare, anche sbattendoci il muso, perché non si potrebbe essere diversi da così.
Non a caso, in apertura d'album, al pigro e misogino trombettista jazz Martino Rebowsky, investigatore accidentale uscito dalla penna di Matteo Manforte, una voce fuori campo ammonisce:
Scommetto che ti stai chiedendo perché nonostante la vita di merda che fai continui lo stesso a suonare...Te lo chiedi tutte le sante sere non è vero?...Te lo dico io perché...Perché hai solo questo. Perché sei nato per fare solo questo. Perché è solo questo che ti fa sentire a colori e che improvvisamente trasforma il casino che è la tua vita in un rumore delicato e lontano …..come il suono dei passi sulla neve.
Formazione: Zibba, Andrea Balestreri, Fabio Biale, Stefano Cecchi, Stefano Ronchi, Stefano Riggi
mercoledì 16 maggio 2012
Sophie Lamour: la rivoluzione di una Pin-Up girl
Burlesque è il termine che definisce un genere di spettacolo parodistico nato nella seconda metà dell' 800 nell'Inghilterra Vittoriana, successivamente esportato negli USA dove riscosse grande successo, soprattutto tra i ceti meno abbienti. Per questo veniva anche chiamato:
The Poor Man's Follies
In attesa di “Burlesque Mon Amour”, il Festival che avrà luogo ad Albissola Marina (Savona) dall’ 1 al 3 giugno 2012 decido d’intervistarla con la curiosità di chi, in poche battute, vorrebbe carpirle i segreti della magica pozione che la rende seducente, sexy e molto vicina alle eterne dive del passato.
“La mia missione è far coesistere
il lato frivolo e divertente del Burlesque con un cammino interiore che ponga la donna al
centro delle sue scelte e protagonista della sua arte. Di solito chi partecipa
per la prima volta ai miei seminari è pregiudizialmente condizionata dall’idea che
Burlesque sia necessariamente sinonimo di spogliarello. Ma non è così. Burlesque è un’arte
sofisticata che richiede eleganza ed ironia, due elementi che non possono
prescindere dalla sicurezza e dalla fiducia in se stesse. Il tutto per inventare e creare performance in cui la protagonista, vestita o no, sia solo e soltanto lei, nella sua essenza, al di là dei soliti stereotipi e del
banale gusto dominante”.
Detta così sembra facile, accessibile al punto da farmi balenare l'idea che anche io, che non so camminare sui tacchi e non possiedo calze a rete, potrei di punto in bianco intraprendere il praticantato del Burlesque riponendo totale fiducia in Sophie, nell’autoironia e in una capacità di seduzione ancora tutta da scoprire.
Ma oltre a questo cosa occorre?
Detta così sembra facile, accessibile al punto da farmi balenare l'idea che anche io, che non so camminare sui tacchi e non possiedo calze a rete, potrei di punto in bianco intraprendere il praticantato del Burlesque riponendo totale fiducia in Sophie, nell’autoironia e in una capacità di seduzione ancora tutta da scoprire.
Ma oltre a questo cosa occorre?
<Avere un rapporto sereno con il proprio corpo nella
consapevolezza che tutte le donne sono sexy anche a 40, 50, 60 anni! Inoltre,
non bisogna assolutamente badare al
chilo in più o in meno perché quel che conta nel Burlesque è il linguaggio. Il modo in cui si comunica
con il pubblico>.
Parlando con Sophie comprendo che dietro alle ciglia finte, ai
boa, ai corsetti e ai reggicalze si cela una visione della vita e della donna
confortante ed indulgente, totalmente avulsa dai cliché dominanti perché ciò che più conta è la
creatività interiore che diventa linguaggio. Sotto il segno della femminilità, Burlesque diviene così sinonimo di un percorso artistico oserei dire rivoluzionario.
Da cosa è nata la tua passione per il Burlseque?
<Guardando il film
"Moulin Rouge" di Baz Lurman. Una vera folgorazione. Da quel giorno il Burlesque è diventato
la mia vita, al punto che ho aperto un blog, un sito web e ho scritto
recentemente un libro sulle Pin Up. Per me che venivo da
precedenti esperienze artistiche, il percorso è stato semplice perché mi ha
consentito di coniugare
con facilità la ballerina, l’attrice, la costumista, la
truccatrice, la regista: una performer Burlesque deve saper fare bene ognuna di
queste cose, anche se poi può scegliere di affidarsi a questo o quel truccatore
o costumista>.
Sophie tiene a sottolineare che l'arte della seduzione nel
Burlesque non è mai volgare e non nasce necessariamente per compiacere l'uomo.
<Sono le donne le nostre maggiori estimatrici perché apprezzano più dell'uomo il modo in cui sfiliamo i guanti o
le calze. Pertanto, le ballerine Burlesque godono di un pubblico prevalentemente femminile e sono pochi gli uomini che ne colgono la vera essenza. Chi lo fa è
perché ha una compagna che lo guida. Per me il Burlesque è eleganza, carattere, ironia, divertimento. Mi piace lo stile vittoriano e creare atmosfere dark fantasy alla Tim Burton.
Anche il trucco ha un ruolo importante e nel mio blog cerco di fornire informazioni utili alle aspiranti performer e Pin Up>.
mercoledì 9 maggio 2012
Ti amo, dunque ti uccido: in Italia sale in modo preoccupante il numero delle donne uccise dai loro compagni.
101 nel 2006, 107 nel 2007, 112
nel 2008, 119 nel 2009, 120 nel 2010, 137 nel 2011, 55 da gennaio ad oggi. E’ il drammatico bilancio delle donne uccise in Italia negli ultimi
sei anni da uomini di ogni età che non hanno accettato l’abbandono o il
conflitto con le loro mogli o fidanzate
e hanno esercitato una cieca violenza su chi dicevano di amare.
Già perché di tutti questi omicidi, che lo scrittore Roberto Saviano ha recentemente definito una “mattanza”, il movente parrebbe essere proprio l’amore malato che sfocia in gelosia, insana passione, patologia.
Già perché di tutti questi omicidi, che lo scrittore Roberto Saviano ha recentemente definito una “mattanza”, il movente parrebbe essere proprio l’amore malato che sfocia in gelosia, insana passione, patologia.
Il 27 aprile scorso la cronaca nazionale si è occupata di Vanessa Scialfa, 20 anni, di Enna, strangolata dal convivente di 34 anni dopo un banale litigio. Dopo il delitto, l’uomo ha avvolto il cadavere in un lenzuolo, lo ha caricato in macchina e lo ha gettato da un cavalcavia tra Enna e Caltanisetta. La furia omicida sarebbe scattata perché in un momento di intimità la giovane avrebbe pronunciato il nome dell’ex fidanzato. Ai poliziotti l'assassino, reo confesso, ha raccontato che durante l’accesa discussione Vanessa si era alzata dal letto con l’intenzione di uscire di casa ma lui, sotto l’effetto di cocaina, aveva strappato i cavi del lettore dvd e l'ha strangolata.
Questa storia è stata solo una delle tante che si sono consumate nel nostro paese con epiloghi tragici. Alla morte di Vanessa, in questi mesi ne sono seguite altre: punte di un iceberg sommerso che minaccia donne di ogni età e ceto sociale.
Molte e diffuse violenze restano sommerse e sconosciute perché restano all'interno delle mura domestiche e non vengono denunciate. Nel nostro paese la mentalità patriarcale, specie al sud, determina ancora oggi situazioni di immensa e totale soggezione al maschio-padrone con donne-vittime che a causa dei loro silenzi diventano complici dei loro carnefici.
Il triste primato di omicidi ci ha visti affibbiare il termine “Femminicidio” in un documento ufficiale delle Nazioni Unite, in accoppiata con il Messico dove dal 1993 centinaia di donne sono state violentate e uccise nella totale indifferenza delle autorità. E altrettante sarebbero scomparse. Donne, ragazze e bambine che prima di essere uccise
sono state sequestrate, torturate, mutilate, violentate, sottoposte a giochi erotici mortali. I loro corpi, in molti casi, sono stati poi sciolti nell’acido. In Messico e Guatemala, questi crimini vengono archiviati come “danno collaterale del narcotraffico” ma da noi con quale voce pensiamo di archiviare o ignorare un fenomeno crescente e preoccupante?
Dovremmo innanzitutto applicare pene più severe nei confronti di chi usa e abusa del corpo femminile, così come quello dei bambini nel caso dei pedofili. E poi si dovrebbe avviare una massiccia
campagna educativa che a partire dall’infanzia sensibilizzi i minori al
rispetto dell’altro sesso.
Penso
che il compito primario dell’educazione in famiglia sia insegnare a maschi e femmine il rispetto
della donna, a partire dalla madre, che
non può e non deve essere considerata un oggetto, un accessorio, una domestica.
Ad una ragazza, poi, dovremmo insegnare che il proprio valore non si misura
attraverso la conquista o le attenzioni di un uomo e che le relazioni malate con
maschi violenti, crudeli ed irrispettosi vadano abbandonate prima che sia
troppo tardi.
Quante botte e soprusi deve sopportare una moglie prima di dire basta?. L'ultima
Le istituzioni, a loro volta, dovrebbero essere presenti sul
territorio e aiutare realmente le donne che vogliono uscire da determinate
situazioni e sudditanze. Tra le forze dell’ordine, poi, dovrebbero esserci corpi speciali
(femminili) preparati e in grado di ascoltare e supportare la donna che chiede aiuto senza
lasciarla sola balia del mostro di casa, che prima o poi colpirà anche i figli creando una catena di orrori e traumi senza fine.
Il cammino per la cosiddetta "liberazione" femminile è ancora lungo, ma solo cambiando la testa delle donne potremmo arrivare ad una trasformazione dal basso di una società ancora troppo arretrata, aggressiva ed incivile per un Paese europeo.
giovedì 3 maggio 2012
UN MALEDETTO ADDIO
Adesso che siamo arrivati alla fine piango, ma prima dov'ero?
Il tempo, questo maledetto ticchettio che manca sempre e ci
sottrae ai molti doveri del cuore, altro non è che un alibi straordinario per esentarci,
salvando la faccia, dai piccoli e grandi doveri di una vita.
Sappiamo che una persona c’è. E’ lì, a portata di
mano e proprio per questo diventa sfocata, presente in un caotico sottofondo ma
poco illuminata, come quando in una fotografia mettiamo a fuoco solo e soltanto un particolare.
Le amiamo, quelle persone, però le diamo per
scontate come se dovessero rimanere con noi per sempre. Forti di questa fragile
convinzione le trascuriamo dimenticando che sono fatte di carne e sangue e come
tali delicate, deperibili, a termine.
Non so quante e quante volte avrei potuto percorrere quei
pochi chilometri in auto per due chiacchiere, per un caffè, per farla ridere come
ho sempre fatto sin da ragazzina, quando la zia mi ospitava a casa sua al mare e le piaceva sentirmi parlare, raccontare le cose dal mio
strampalato punto di vista ed imitare questo o quello.
Non era felice con suo marito, ma quando lui non
c’era i suoi e i nostri respiri (miei e di mia cugina) si facevano
immediatamente più grandi e scattava una meravigliosa complicità. Siamo state
bene insieme io, Laura e Paola, la mia zia preferita che si scocciava perché mangiavo troppa
frutta: in Liguria “costa cara” - diceva -
e con me in casa non durava più di due giorni. Però non mi sgridava;
cercava piuttosto di comprarne un po’ di più solo per me.
Durante le vacanze estive mi invitava da lei per alleviare
mia mamma dalle logoranti preoccupazioni di giovane vedova con due
figli piccoli e per stare con la mia amatissima cugina-sorella, anche lei
persa poi per strada tra le disattenzioni della vita e le grandi differenze che
ci caratterizzano. Da adulte, abbiamo sempre abitato a poca distanza; ci siamo anche
frequentate un bel po’ con le rispettive famiglie e figlie, poi
l’essere tanto diverse ha creato un’affettuosa indifferenza. Senza rendercene
conto, anno dopo anno, ci siamo trovate
separate da un muro di carta, ma insormontabile, fatto di : ci sentiamo; ci
vediamo; ti vengo a trovare…per poi non farlo mai o farlo controvoglia perché
coi parenti, si sa, va sempre a finire in noia anche quando ci si vuole bene.
Passa il tempo ed eccoci a fare i conti con la
malattia della zia (recidiva devastante di un vecchio tumore dichiarato
guarito) l’evento tragico ed inesorabile in cui, volenti o no, si è tutti
coinvolti in una solidarietà difficile da gestire fatta di disponibilità ed impotenza, di sentimenti appannati dalla quotidianità che riemergono prepotenti.
“Se hai bisogno ci sono. Chiamami in qualsiasi
momento”. Pensi ininterrottamente alla cosa "giusta" da fare e ogni impegno "inderogabile" fino al giorno
prima diventa magicamente derogabile, ma nello stesso istante in cui
pronunci quelle frasi nella testa parte la vocina severa che fa sembrare
stonato anche il più nobile proposito dell’ultima ora:
Dov’eri prima?; Perché non hai cercato di starle vicina quando era demoralizzata e ti telefonava? Certo la ascoltavi e la consolavi, ma chiusa nel tuo piccolo mondo fatto di mille e mille personalissimi casini ti sembrava che prestarle ascolto fosse la sola cosa che potessi fare! Poi ti osservi da fuori e non puoi fare altro che biasimarti, tu e la tua solidarietà tardiva e deficiente.
Dov’eri prima?; Perché non hai cercato di starle vicina quando era demoralizzata e ti telefonava? Certo la ascoltavi e la consolavi, ma chiusa nel tuo piccolo mondo fatto di mille e mille personalissimi casini ti sembrava che prestarle ascolto fosse la sola cosa che potessi fare! Poi ti osservi da fuori e non puoi fare altro che biasimarti, tu e la tua solidarietà tardiva e deficiente.
Ed eccomi qui con lacrime di coccodrillo ed inutili sensi di colpa a non dormire pensando a cosa posso fare ora, quando tutti ormai sappiamo che l’unico sollievo di cui godrà
avrà l’aspetto di una flebo o di una pastiglia della tanto desiderata terapia
del dolore: l’ultima benedizione prima di quell’addio che segnerà la parola
fine.
giovedì 26 aprile 2012
Vittorio Rullo: il fascino indiscreto della semplicità
L'impulso creativo di Vittorio Rullo non ha filtri e il gesto arriva alla pancia, ricettore delle emozioni più vere. La sua
cifra artistica si afferra al volo perché nulla è più intuitivo e spontaneo della sua opera.
Vittorio è
nato a Catanzaro 52 anni fa ed è seguito dalla Cooperativa sociale Il Faggio
di Savona che assiste soggetti con lievi disturbi della sfera psichica. Per la sua storia e il suo background si colloca nel filone Art Brut, termine coniato in Francia nel 1947 per definire l'attività di "artisti loro malgrado", che creano senza intenzioni estetiche, per una pulsione emotiva che si manifesta in una comunicazione immediata e sintetica, di grande efficacia pur nell'estrema semplicità dei mezzi. Ed è così che Rullo lavora: senza convenzioni formali, animato da puro istinto ed urgenza espressiva.
Quel che apprezzo della sua febbrile produzione è il fatto che sia totalmente distante dagli intellettualismi che spesso cementano il substrato degli artisti, indipendentemente dalla loro fama o grandezza. Seguirlo mentre lavora è un’esperienza indimenticabile. Vittorio modella la terra con passione ed enfasi quasi infantile abbinata ad un’indubbia conoscenza tecnica. Il tutto arricchito da notevoli capacità di straniamento che lo rendono refrattario alle influenze esterne e totalmente autentico.
Quel che apprezzo della sua febbrile produzione è il fatto che sia totalmente distante dagli intellettualismi che spesso cementano il substrato degli artisti, indipendentemente dalla loro fama o grandezza. Seguirlo mentre lavora è un’esperienza indimenticabile. Vittorio modella la terra con passione ed enfasi quasi infantile abbinata ad un’indubbia conoscenza tecnica. Il tutto arricchito da notevoli capacità di straniamento che lo rendono refrattario alle influenze esterne e totalmente autentico.
Le sue
sculture raccontano di ere arcaiche, di animali misteriosi e irsuti a volte in
lotta tra loro, a volte feriti o vinti, di uomini e donne che si abbracciano
con tenerezza o si accoppiano con estremo desiderio carnale. Se si
chiede a Vittorio della sua arte, si mostra schivo, sminuendo senza esitazione un lavoro certosino acquisito in lunghi anni di esperienza. Perché lo
fa? Perché per lui l'arte è solo l'istante della creazione.
Il mondo di Vittorio, che ha recentemente vinto il premio del
pubblico alla rassegna "Artisti in mostra" tenutasi alla Fiera di Parma, non è solo popolato di animali in lotta per la supremazia,
di uomini e donne sospesi in interminabili attimi di struggente dolcezza o
in espressioni eroticamente ardite, ma anche
di presepi “laici” fatti di elementi semplici ed essenziali pur nella
loro apparente complessità.
Vittorio
quando crea non si compiace; manipola la terra con la forza della
sua profonda autenticità e la anima rendendola eternamente viva grazie ad una visione fuori dall'ordinario, carica di forza espressiva.
A chiunque
apprezzi il filone Art Brut suggerisco di fare un salto nel laboratorio albisolese
di Marco Tortarolo mentre Rullo è all’opera. Lo troverete avvolto nella sua tuta bianca da operaio, quasi sempre assorto su un cumulo di
terra che addizione su addizione o sottrazione su sottrazione, prenderà
vita. Attendendovi l'artista con la "A" ricco di charme e dialettica, vi
verrà il dubbio che non sia lui il Vittorio scultore e ceramista. Probabilmente non vi
considererà granché, ma se avrete la pazienza di osservarlo, scoprirete la grande relazione
di Vittorio con la materia. Per lui fare ceramica altro non è che
l'estensione del sé, un fatto naturale come respirare. Non a caso, l’Art Brut
di Rullo non nasce per il pubblico e non cerca apprezzamenti. E’ semplicemente
vita.
Il suo linguaggio è schietto, crudo, senza fronzoli ed è il motivo per cui può anche non piacere. Ma se lo ami non potrai fare a meno di portare a casa un suo pezzo. In ogni caso, ed è questa la bellezza di Vittorio, a lui non importerà nulla, così come quando, all'inaugurazione delle sue personali, se ne sta un po' in disparte in attesa di darsela a gambe perché <troppa confusione> non fa per lui.
Vittorio Rullo nasce a Catanzaro il primo di aprile 1960. Si trasferisce a Savona giovanissimo. Qui, presso l’istituto Villa Zanelli apprende i primi rudimenti dell’arte della ceramica e scopre le proprie abilità di modellatore. I suoi lavori richiamano molto presto l’interesse del maestro Sandro Lorenzini che gli mette a disposizione studio ed esperienza. Da subito Rullo si concentrerà su figure essenziali realizzate con pochi semplici tocchi a partire dal vuoto attorno al quale la materia prende forma: animali, figure umane, scene erotiche e, più recentemente, personali reinterpretazioni del tema del presepe, realizzate con assoluta economia di gesti. In anni più recenti, grazie al ceramista Marco Tortarolo che lo accoglie nel suo studio in via Della Rovere ad Albisola Superiore, il repertorio si è esteso a soggetti più intimisti e personali mentre cominciano ad arrivare i primi riconoscimenti, mostre personali e la stima di storici e critici d’arte.
martedì 10 aprile 2012
Daniele Franchi, una vita in blues con Hendrix nel cuore
In attesa della presentazione ufficiale del suo primo disco, che avrà luogo il 20 aprile alle 22 a La Claque (Teatro della Tosse) di Genova, un'intervista a tu per tu con Daniele Franchi.
La parola blues tatuata sul collo e molta voglia di
esprimersi e far conoscere la sua musica. Genovese, 22 anni, Daniele
Franchi ha fatto del blues una scelta di vita pur non legandosi ad un
repertorio tradizionale ma abbracciando mondi che spaziano, senza vincoli o costrizioni, tra il rock e la canzone d’autore in una vocazione stilistica sempre strettamente
connessa alla grande e calda madre.
Di
quella musica, così immediata e sincera, Franchi predilige il mood intimista,
l’essenza, l’attitudine emozionale: un bagaglio straordinario ed una scelta
inevitabile per un musicista di Genova, città geneticamente blues.
Sostenuto
sin dagli esordi da artisti liguri del calibro di Paolo Bonfanti e Guitar Ray
Scona (Renato Scognamiglio), Daniele Franchi ha avuto la splendida
opportunità di averli con sé nella registrazione di alcuni brani del suo “Free
Feeling”, primo disco da solista con Davide Medicina al basso e Andrea
Tassara alla batteria. Tra le special guest anche Francesco Piu e Sean Carney.
“Il mio approccio
al blues è soprattutto emozionale. Ritengo infatti che un repertorio per
definizione semplice e spontaneo come quello del blues, sia credibile solo se
suonato vivendone appieno l’emotività. Io, più che definirmi un bluesman,
preferisco dire che porto nella mia musica quel tipo di atteggiamento,
rifacendomi a grandi maestri come Muddy Waters o Jimi Hendrix”.
Per te, che hai suonato la chitarra sin
da bambino, cos'è la musica?
"Per me è la vita. Ho iniziato da bambino
sapendo che era ciò che avrei voluto fare da grande. E’ un’esperienza che
consiglio agli appassionati di qualunque strumento perché aiuta moltissimo
nella crescita emotiva di un individuo, specie se adolescente. Poi per
affrontare la quotidianità e le numerose difficoltà della professione occorrono
grande determinazione e forza d’animo, ma anche nel caso in cui si dovesse
decidere di fare altro nella vita, l’esperienza musicale resterà sempre un
bagaglio e un valore".
Nel tuo disco ci sono importanti special
guest, com’ è nata la collaborazione?
"Dalla stima reciproca e dalla voglia di
sostenermi. Tutti loro hanno creduto nel progetto e mi hanno incoraggiato a procedere offrendomi la meravigliosa opportunità di essere presenti nel mio disco d'esordio. Mi ritengo molto fortunato perché suonare
bene è da molti, ma non è scontato ottenere, da subito, la stima e la collaborazione dei colleghi
di successo".
Tra i coloro che per primi hanno creduto
in te chi vorresti ringraziare?
"Sono grato a Zibba che mi ha inserito negli Almalibre a 19 anni, totalmente privo di esperienza, e mi ha insegnato molto offrendomi la possibilità di esprimere al meglio le mie potenzialità, fino ad arrivare alla scelta d'intraprendere la carriera da solista.
Ringrazio poi infinitamente la mia band, senza la quale non avrei realizzato questo lavoro, e la mia famiglia che mi sostiene da sempre>.
Del tuo primo disco, “Free Feeling” cosa
ci racconti?
<Posso semplicemente dire che la
musica è totalmente parte della mia vita e questo disco ne è la prova; l’ho
scritto in un mese in coincidenza con scelte decise e radicali sia per la mia
vita sentimentale, sia per quella professionale. In ogni brano c’è un
pezzettino della mia storia e delle intense emozioni vissute di quel periodo
>.
Progetti per il futuro?
<Ora si tratta semplicemente di andare avanti, lavorare e
crescere, nella vita e nella musica, portando nelle canzoni e nel mio
modo di suonare tutto me stesso. E questo, per me, è decisamente
Blues!>
Alessandra Zacco, giornalista e blogger
martedì 3 aprile 2012
Gioconda Belli, la scrittrice rivoluzionaria che VIVE SU VENERE
Sempre questa
sensazione di inquietudine
Di attesa
d’altro.
Oggi sono le
farfalle e domani sarà la
tristezza
inspiegabile,
la noia o
l’ansia sfrenata
di rassettare
questa o quella stanza,
di cucire,
andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco
di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia
felicità con
ingredienti da
ricetta di cucina,
succhiandomi le
dita di tanto in tanto,
di tanto in
tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un
barile senza fondo,
sapendo che “non
mi adeguerò mai”,
ma cercando
assurdamente di adeguarmi
mentre il mio
corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come
pori infiniti
in cui si annida
una donna che avrebbe
voluto essere
uccello, mare,
stella,
ventre profondo
che dà alla luce Universi
splendenti
stelle nove...
e continuo a far
scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli
di cotone,
raffiche di
poesie che mi colpiscono
tutto il giorno
e
mi fanno
desiderare di gonfiarmi come un
pallone per
contenere
il Mondo, la
Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo
mille e una vita differente...
Ma devo
ricordarmi che sono qui e che
Continuerò
ad anelare, ad
afferrare frammenti di chiarore,
a cucirmi un
vestito di sole,
di luna, il
vestito verde color del tempo
con il quale ho
sognato di vivere
un giorno su
Venere.
Gioconda Belli
Gioconda Belli nasce in
Nicaragua, a Managua, il 9 dicembre 1948. La sua famiglia è di origini
italiane: il bisnonno Antonio Belli (1865) era originario di Colma, piccola
frazione del comune di Biella e di professione era agrimensore. Emigrato in
Sudamerica, partecipò alla costruzione del Canale di Panama; da cui si
spostò in Nicaragua e dove conobbe e sposò Carlota Chamorro dando origine alla
famiglia di Gioconda. Seconda di cinque fratelli, appartiene alla
borghesia nicaraguense, cosa che le permette di studiare e di portare avanti
gli studi prima in Spagna e poi in America, dove si diploma in Giornalismo a
Filadelfia. Nel 1967, dopo la specializzazione in giornalismo, torna in patria
e dopo poco tempo inizia a pubblicare le sue poesie su diverse riviste letterarie
del suo paese, ottenendo i primi riconoscimenti in ambito nazionale. Entra a
far parte nel 1970 del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, curandone le
relazioni internazionali, ma è esiliata dal regime di Somoza in Costa Rica.
Tornerà in Nicaragua per contribuire alla lotta di liberazione sandinista e, in
seguito occuperà varie cariche all'interno del governo rivoluzionario, fino al
1994, anno in cui lascia la politica attiva a causa di alcune sue divergenze
con il partito. Nel frattempo porta avanti la sua carriera lettearia, giungendo
ai primi successi in ambito internazionale con la raccolta di poesie La costola
di eva, che fu un successo in molti paesi sudamericani. Ma il vero successo
internazionale arriva con il suo primo romanzo, La donna abitata, pubblicato
nel 1989 e tradotto anche in molti paesi Europei e in Nord America.Dal 1990
Gioconda Belli vive a Santa Monica, in California, pur tornando spesso in
patria, e continua la professione di scrittrice a tempo pieno.
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