giovedì 7 giugno 2012

Marilyn Monroe, l'amara dolcezza di essere fragili....











Il film Marilyn di Simon Curtis, visto ieri al cinema, mi ha catapultata senza preavviso nella mia fragilità. 


"Tu da che parte stai?" chiede la famosa attrice a Colin Clarke, assistente di Sir Lawrence Olivier sul set de "Il principe e la ballerina" e autore del diario "My week with Marilyn" dal quale è tratto il film. 
Una frase semplice, istintiva, infantile, ma di enorme importanza per afferrare in tutta la sua meravigliosa essenza l'incantevole delicatezza di una donna che chiedeva ininterrottamente aiuto; che implorava approvazione per poi non esserne mai sufficientemente appagata perché il suo vuoto interiore era troppo grande ed ogni abbraccio ottenuto, con le lacrime o col sorriso, non poteva essere altro che una piccola ed instabile conquista. 
La fragilità, che conosco fin troppo bene, se abbinata all'insicurezza e ad un temperamento artistico porta a difficoltà immense sia nella vita di relazione, sia nel rapporto con se stessi  perché non ci si sente mai abbastanza amati; mai abbastanza coccolati; mai abbastanza considerati; mai abbastanza importanti per qualcuno. E si esige molto, dando molto.
Il dolore di Marilyn, condannata alla solitudine dalla sua immensa insicurezza e dal disperato bisogno d'amore e di approvazione, è un dolore senza scampo anche per una Dea come lei. E' una prigione buia che ci spalanca le porte solo quando siamo disposti a capire che felicità, vita, gioia, benessere, allegria sono soltanto nostre.  
Per molto tempo ho avuto momenti in cui mi sono sentita intimamente piccola, incompresa, stanca di vivere. Ero incontentabile? Sempre insoddisfatta come qualcuno ha tentato di farmi credere  basandosi su un'analisi di superficie?  No. 
Si trattava semplicemente  di fare i conti con un'infelicità cronica che aveva origini lontane e che solo io avrei potuto cancellare. Dovevo rimboccarmi le maniche e lavorare duramente per colmare quei vuoti, quei buchi neri, quel veleno autodistruttivo che i miei genitori avevano seminato nel mio piccolo corpicino sin dal primo istante di vita.
Loro non lo sanno, ma mi hanno trivellato l'anima riducendola ad un colabrodo ogni volta che mi hanno lasciata sola senza poter fare domande o senza ricevere spiegazioni; ogni volta che bisticciavano e si picchiavano davanti ai miei occhi terrorizzati ed io piangevo senza riuscire a respirare perché il cuore mi scoppiava nel petto; quando si lasciavano tra urla ed insulti e mi affidavano a tempo indeterminato a una zia, a una nonna, a una colonia, a un collegio; quando mi obbligavano una volta all'anno a cambiare casa, scuola e amici una volta o mi deridevano senza comprensione se mi sorprendevano a succhiare il pollice nascosta in un angolo o dicevo di aver paura del buio. Quante notti ho passato sveglia,  temendo fantasmi, con il divieto di raggiungere il lettone dei miei per non sembrare viziata, capricciosa  e stupida!
La fragilità, pur con storie diverse, nasce lì. In quel tempo bellissimo e breve in cui siamo piccoli angeli candidi caduti dal cielo, che chiedono solo di dare e ricevere amore. Se  si è sfortunati, però, ci si trova inspiegabilmente travolti e coinvolti in situazioni dolorose che non comprendiamo, alle quali non possiamo neppure dare un nome perché la nostra piccola vita non ce lo ha ancora insegnato. E ci arriva in faccia tutto il dolore, tutta la violenza, tutta la crudeltà di adulti egoisti ed immaturi, incuranti dei nostri occhi azzurri    spalancati sul mondo. Se mamma e papà non si amano pensiamo sia colpa nostra. Vorremmo stringerli forte, ma abbiamo braccia troppo piccole per circondarli. Siamo impotenti e i semi dell'autostima e della sicurezza s'incrinano per sempre. 
So che significa essere feriti profondamente e proprio nella parte più esposta, quando si è tanto puri e nudi da non meritare altro che oceani di abbracci, mille baci sulla fronte, coccole, zucchero filato, complicità, sicurezza e montagne di allegria. 
So anche che quelle crepe, quelle voragini restano lì, nel sottofondo di personalità delicate e sensibili senza colmarsi  mai. Si resta feriti in eterno. Possiamo perdonare, ma non possiamo guarire.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si forma una crosta sottile nel substrato dell'anima che è solo un'apparente cicatrizzazione. Si vive perennemente in una quiete instabile. Nel silenzio prima della tempesta. 
Emotivamente, da bambina, vivevo così. Non c'erano mai giornate, notti o risvegli uguali e bastava una frase mal pronunciata a scatenare l'inferno. Avevo orecchie sempre tese, paure e cuore in allarme. Così, oggi,  un temporale, una grandine, un vento del nord possono far crollare la sottile carta velina che tiene insieme una struttura fragile come un castello di carte, al punto da farmi sentire ancora piccola e bisognosa di un abbraccio, come Marilyn quando chiedeva l'aiuto di Clarke.
Ma attenzione, l'abbraccio di cui hanno bisogno le persone fragili non è un abbraccio qualsiasi e mai e poi mai quello del desiderio, perché immediatamente dopo l'oppio del sesso ci si sentirebbe ancora più soli. 
Nei momenti in cui i fili sono scoperti e si potrebbe andare in corto circuito, l'unico bisogno di una creatura ferita è quello di un amico, di una sorella, della solidarietà disinteressata, di qualcuno che in silenzio ci resti accanto facendoci sapere che sarà sempre e comunque "dalla nostra parte". 
Marilyn, con la sua disperata fame d'amore, nei momenti di crisi  aveva necessità di un solo tipo di abbraccio. Quello che ti fa sentire al sicuro qualsiasi tempesta sopraggiunga. L'unico in grado di lenire le ferite e colmare crepe profonde e doloranti, piaghe mai rimarginate. Quello che ti fa sentire a casa. 
Della Marilyn che il film di Curtis  ci ha voluto mostrare ho colto soprattutto il dolore dolcissimo  e  struggente. Una sofferenza satura di Bellezza, che mi sono portata a casa come una malinconica Saudade. 
In auto, nella notte, ho pianto di solitudine come una bimba smarrita pensando che nonostante il grande e faticoso viaggio dentro me stessa per crescere e guarire, un po' di Norma Jeane Baker vive e vivrà sempre dentro di me.



"Attraversiamo il mondo, senza requie 
e senza redenzione, litighiamo, amiamo, ce ne andiamo
trascinandoci dietro aria di casa, piegatura di vestiti, qualche derrata,
sesso grossolano, partiamo e parcheggiamo, stendiamo di nuovo il nostro odore
casalingo come un lenzuolo noto su un materasso straniero.
Mi addormento, mi sveglio, mi alzo e vado alla finestra, guardo il mare giallo. 
Forse scapperò via da te. 
Se ti svegli e mi domandi dove vai ti dirò: su, presto 
usciamo di qui senza prendere nulla"

(Yitzhak Laor) 





mercoledì 23 maggio 2012

Zibba & Almalibre: cuore, talento e fantasia

Con la presentazione del quarto album il via al tour nazionale 


Zibba & Almalibre suonano "Anche di lunedì" ed è una fortuna per chi sceglierà di ascoltarli  nelle numerose date del tour dell'ultimo disco “Come il suono dei passi sulla neve” presentato al teatro Gassman di Borgio Verezzi (Savona) il 19 e 20 maggio scorsi.
L'album, che potrei banalmente definire "maturo" facendo torto alla creatività di Zibba & Almalibre, propone un  linguaggio ricercato ma senza spocchia, autentico, poetico, struggente, malinconico. Disco dopo disco, la crescita di Zibba si è fatta spessa, incisiva e sanguigna sia dal punto di vista della narrazione, sia dal punto di vista musicale. Riconoscibile al primo ascolto per le influenze reggae, il levare giocoso, le vivaci suggestioni alla Conte e l'inconfondibile tocco cantautorale genovese, Zibba con l’ultima formazione ha arricchito ulteriormente il sound di sfumature  jazz-blues grazie alla presenza di Stefano Riggi, sax tenore e sax soprano, e di  Stefano Ronchi, giovane chitarrista fino a poco tempo fa "allergico" ai cantautori, che oggi considera l'esperienza Almalibre  la cosa “più blues" che abbia mai vissuto!
"Come il suono dei passi sulla neve" è un percorso delicato nel mondo delle emozioni. Fotografie senza tempo di una Genova che sviene tra le lacrime e il sale; di un palco vuoto in una piazza d'ottobre; di notti maledette nei pressi di Asti Est; di serate a teatro con gli occhi di Nancy; di malinconie dure a morire per chi il suo male (e il suo mare) preferisce portarseli addosso appiccicati stretti per non perdere nemmeno una riga di emozione. In dialetto ligure, infatti,  O Mæ Mâ significa "il mio mare", ma anche "il mio male". Ad accompagnare Zibba in questo bellissimo brano la voce di Vittorio De Scalzi.  
Ho chiesto a Zibba quali siano le canzoni che più gli somigliano, tra le tante scritte sino ad oggi. Temevo di metterlo in difficoltà, perché i figli sono figli, ma la risposta non è mancata: 

"Le canzoni che mi somigliano di più sono quelle in cui mi ritrovo sempre. Una classifica (ma non in ordine d'importanza) potrebbe essere questa: Nelle sere d'inverno, Dove vanno a riposare le api, Soffia Leggero, Salva, Asti Est, Dauntaun, Tutto è casa mia, O mae mà, Aria di levante. Poi se ci ragiono bene tutte.. poi se ci ragiono meglio nessuna... non è facile”.

Ed è proprio il non facile a piacermi di Zibba, che con gli Almalibre non cerca mai soluzioni comode ma si addentra in ardite complessità musicali. L'ultimo album, registrato in un ex forno per la produzione di mattoni a Moie (Ancona), oltre a De Scalzi si avvale della collaborazione di Roy Paci, Eugenio Finardi, Carlot-ta; mentre le voci recitanti sono di:  Adolfo Margiotta, Enzo Paci, Gianluca Fubelli, Alberto Onofrietti, Silvia Giulia Mendola.
Concludo augurando a Zibba che il successo, quello con la "S", arrivi al più presto ma non lo cambi di una virgola perché il suo segreto, al di là del valore compositivo e del piacevole gusto musicale, è nascosto nella profonda capacità di comunicare con il pubblico, di essere autentico e salire sul palco nudo, con il cuore in mano. 
Sergio-Zibba è la dimostrazione che talento, tenacia e fatica premiano chi, sin da giovanissimo, sceglie la difficile strada della musica continuando a crederci e a lottare, anche sbattendoci il muso, perché non si potrebbe essere diversi da così. 
Non a caso, in apertura d'album, al pigro e misogino trombettista jazz Martino Rebowsky, investigatore accidentale uscito dalla penna di Matteo Manforte, una voce fuori campo ammonisce: 
Scommetto che ti stai chiedendo perché nonostante la vita di merda che fai continui lo stesso a suonare...Te lo chiedi tutte le sante sere non è vero?...Te lo dico io perché...Perché hai solo questo. Perché sei nato per fare solo questo. Perché è solo questo che ti fa sentire a colori e che improvvisamente trasforma il casino che è la tua vita in un rumore delicato e lontano …..come il suono dei passi sulla neve.



Formazione: Zibba, Andrea Balestreri, Fabio Biale, Stefano Cecchi, Stefano Ronchi, Stefano Riggi


mercoledì 16 maggio 2012

Sophie Lamour: la rivoluzione di una Pin-Up girl



Burlesque è il termine che definisce un genere di spettacolo parodistico nato nella seconda metà dell' 800 nell'Inghilterra Vittoriana, successivamente esportato negli USA dove riscosse grande successo, soprattutto tra i ceti meno abbienti. Per questo veniva anche chiamato: 
The Poor Man's Follies


Sophie Lamour non ha dubbi. La vera seduzione non è nel fisico più o meno avvenente della performer, ma nella capacità di miscelare ironia e sensualità,  ingredienti senza i quali il Burlesque non potrebbe esistere. La bella Sophie è romana, viene dal teatro e del suo primo amore utilizza strumenti e training per essere un’artista a 360 gradi con tanto di costumi spettacolari, sceneggiature, regia e coreografie.
In attesa di “Burlesque Mon Amour”, il Festival che avrà luogo ad Albissola Marina (Savona) dall’ 1 al 3 giugno 2012 decido d’intervistarla con la curiosità di chi, in poche battute, vorrebbe carpirle i segreti della magica pozione che la rende seducente, sexy e molto vicina alle eterne dive del passato.
La mia missione è far coesistere il lato frivolo e divertente del Burlesque con un cammino interiore che ponga la donna al centro delle sue scelte e protagonista della sua arte. Di solito chi partecipa per la prima volta ai miei seminari è pregiudizialmente condizionata dall’idea che Burlesque sia necessariamente sinonimo di spogliarello. Ma non è così. Burlesque è un’arte sofisticata che richiede eleganza ed ironia, due elementi che non possono prescindere dalla sicurezza e dalla fiducia in se stesse. Il tutto per inventare e creare  performance in cui la protagonista, vestita o no, sia solo e soltanto lei, nella sua essenza, al di là  dei soliti stereotipi e del banale gusto dominante”.
Detta così sembra facile, accessibile al punto da farmi balenare l'idea che anche io, che non so camminare sui tacchi e non possiedo calze a rete, potrei di punto in bianco intraprendere il praticantato del Burlesque riponendo totale fiducia in Sophie, nell’autoironia e in una capacità di seduzione ancora tutta da scoprire.
Ma oltre a questo cosa occorre?
<Avere un rapporto sereno con il proprio corpo nella consapevolezza che tutte le donne sono sexy anche a 40, 50, 60 anni! Inoltre, non bisogna assolutamente  badare al chilo in più o in meno perché quel che conta nel Burlesque  è il linguaggio. Il modo in cui si comunica con il pubblico>.
Parlando con Sophie comprendo che dietro alle ciglia finte, ai boa, ai corsetti e ai reggicalze si cela una visione della vita e della donna confortante ed indulgente, totalmente avulsa dai cliché dominanti perché ciò che più conta è la creatività interiore che diventa linguaggio. Sotto il segno della femminilità, Burlesque diviene così sinonimo di un percorso artistico oserei dire rivoluzionario.
Da cosa è nata la tua passione per il  Burlseque?
<Guardando il film "Moulin Rouge" di Baz Lurman. Una vera folgorazione. Da quel giorno il Burlesque è diventato la mia vita, al punto che ho aperto un blog, un sito web e ho scritto recentemente un libro sulle Pin Up. Per me che venivo da precedenti esperienze artistiche, il percorso è stato semplice perché mi ha consentito di coniugare con facilità la ballerina, l’attrice, la costumista, la truccatrice, la regista: una performer Burlesque deve saper fare bene ognuna di queste cose, anche se poi può scegliere di affidarsi a questo o quel truccatore o costumista>.
Sophie tiene a sottolineare che l'arte della seduzione nel Burlesque non è mai volgare e non nasce necessariamente per compiacere l'uomo.
<Sono le donne le nostre maggiori estimatrici perché apprezzano più dell'uomo il modo in cui sfiliamo i guanti o le calze. Pertanto, le ballerine Burlesque godono di un pubblico  prevalentemente femminile e sono pochi gli uomini che ne colgono la vera essenza. Chi lo fa è perché ha una compagna che lo guida. Per me il Burlesque è eleganza, carattere, ironia, divertimento. Mi piace lo stile vittoriano e creare atmosfere dark fantasy alla Tim Burton. Anche il trucco ha un ruolo importante e nel mio blog cerco di fornire informazioni utili alle aspiranti performer e Pin Up>.  

Per saperne di più: http://www.sophielamour.tk/








mercoledì 9 maggio 2012

Ti amo, dunque ti uccido: in Italia sale in modo preoccupante il numero delle donne uccise dai loro compagni.




101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009, 120 nel 2010, 137 nel 2011, 55 da gennaio ad oggi. E’ il drammatico bilancio delle donne uccise in Italia negli ultimi sei anni da uomini di ogni età che non hanno accettato l’abbandono o il conflitto con le  loro mogli o fidanzate e hanno esercitato una cieca violenza su chi dicevano di amare. 
Già perché di tutti questi omicidi, che lo scrittore Roberto Saviano ha recentemente definito una “mattanza”, il movente parrebbe essere proprio l’amore malato che sfocia in gelosia, insana passione, patologia.


Il 27 aprile scorso la cronaca nazionale si è occupata di Vanessa Scialfa, 20 anni, di Enna,  strangolata dal convivente di 34 anni dopo un banale litigio. Dopo il delitto, l’uomo ha avvolto il cadavere in un lenzuolo, lo ha caricato in macchina e lo ha gettato da un cavalcavia tra Enna e Caltanisetta. La furia omicida sarebbe scattata perché in un momento di intimità la giovane avrebbe pronunciato il nome dell’ex fidanzato. Ai poliziotti l'assassino, reo confesso,  ha raccontato che durante l’accesa discussione Vanessa si era alzata dal letto con l’intenzione di uscire di casa ma lui, sotto l’effetto di cocaina, aveva  strappato i cavi del lettore dvd e l'ha strangolata.
Questa storia è stata solo una delle tante che si sono consumate nel nostro paese con epiloghi tragici. Alla morte di Vanessa, in questi mesi ne sono seguite altre: punte di un iceberg  sommerso che minaccia donne di ogni età e ceto sociale.

Molte e diffuse violenze restano sommerse e sconosciute perché restano all'interno delle mura domestiche e non vengono denunciate. Nel nostro paese la mentalità patriarcale, specie al sud, determina ancora oggi situazioni di immensa e totale soggezione al maschio-padrone con donne-vittime che a causa dei loro silenzi diventano complici dei loro carnefici. 


Il triste primato di omicidi ci ha visti affibbiare il termine  “Femminicidio” in un documento ufficiale delle Nazioni Unite, in accoppiata con il Messico dove dal 1993 centinaia di donne sono state violentate  e uccise nella  totale indifferenza delle autorità. E altrettante sarebbero scomparse. Donne, ragazze e bambine che prima di essere uccise 

sono state sequestrate, torturate, mutilate, violentate, sottoposte a giochi erotici mortali. I loro corpi, in molti casi, sono stati poi sciolti nell’acido. In Messico e Guatemala, questi crimini vengono archiviati come “danno collaterale del narcotraffico” ma da noi con quale voce pensiamo di archiviare o ignorare un fenomeno crescente e preoccupante?
Dovremmo innanzitutto applicare pene più severe nei confronti di chi usa e abusa del corpo femminile, così come quello dei bambini nel caso dei pedofili. E poi si dovrebbe avviare una massiccia campagna educativa che a partire dall’infanzia sensibilizzi i minori al rispetto dell’altro sesso. 
Penso che il compito primario dell’educazione in famiglia sia insegnare a maschi e femmine il rispetto della donna, a partire dalla madre,  che non può e non deve essere considerata un oggetto, un accessorio, una domestica. Ad una ragazza, poi, dovremmo insegnare che il proprio valore non si misura attraverso la conquista o le attenzioni di un uomo e che le relazioni malate con maschi violenti, crudeli ed irrispettosi vadano abbandonate prima che sia troppo tardi.

Quante botte e soprusi deve sopportare una moglie prima di dire basta?. L'ultima
Le istituzioni, a loro volta, dovrebbero essere presenti sul territorio e aiutare realmente le donne che vogliono uscire da determinate situazioni e sudditanze. Tra le forze dell’ordine, poi, dovrebbero esserci corpi speciali (femminili) preparati e in grado di ascoltare e supportare la donna che chiede aiuto senza lasciarla sola balia del mostro di casa, che prima o poi colpirà anche i figli creando una catena di orrori e traumi senza fine.
Il cammino per la cosiddetta "liberazione" femminile è ancora lungo, ma solo cambiando la testa delle donne potremmo arrivare ad una trasformazione dal basso di una società ancora troppo arretrata, aggressiva ed incivile per un Paese europeo.



giovedì 3 maggio 2012

UN MALEDETTO ADDIO




Adesso che siamo arrivati alla fine piango, ma prima dov'ero?
Il tempo, questo maledetto ticchettio che manca sempre e ci sottrae ai molti doveri del cuore, altro non è che un alibi straordinario per esentarci, salvando la faccia, dai piccoli e grandi doveri di una vita.
Sappiamo che una persona c’è. E’ lì, a portata di mano e proprio per questo diventa sfocata, presente in un caotico sottofondo ma poco illuminata, come quando in una fotografia mettiamo a fuoco solo e soltanto un particolare. 
Le amiamo, quelle persone, però le diamo per scontate come se dovessero rimanere con noi per sempre. Forti di questa fragile convinzione le trascuriamo dimenticando che sono fatte di carne e sangue e come tali delicate, deperibili, a termine.
Non so quante e quante volte avrei potuto percorrere quei pochi chilometri in auto per due chiacchiere,  per un caffè, per farla ridere come ho sempre fatto sin da ragazzina, quando la zia mi ospitava a casa sua al mare e le piaceva sentirmi parlare, raccontare le cose dal mio strampalato punto di vista ed imitare questo o quello.
Non era felice con suo marito, ma quando lui non c’era i suoi e i nostri respiri (miei e di mia cugina) si facevano immediatamente più grandi e scattava una meravigliosa complicità. Siamo state bene insieme io, Laura e Paola, la mia zia preferita che si scocciava perché mangiavo troppa frutta: in Liguria “costa cara” - diceva -  e con me in casa non durava più di due giorni. Però non mi sgridava; cercava piuttosto di comprarne un po’ di più solo per me.
Durante le vacanze estive mi invitava da lei per alleviare mia mamma dalle logoranti preoccupazioni di giovane vedova con due figli piccoli e per stare con  la mia amatissima cugina-sorella, anche lei persa poi per strada tra le disattenzioni della vita e le grandi differenze che ci caratterizzano. Da adulte, abbiamo sempre abitato a poca distanza; ci siamo anche frequentate un bel po’ con le rispettive famiglie e figlie, poi l’essere tanto diverse ha creato un’affettuosa indifferenza. Senza rendercene conto, anno dopo anno,  ci siamo trovate separate da un muro di carta, ma insormontabile, fatto di : ci sentiamo; ci vediamo; ti vengo a trovare…per poi non farlo mai o farlo controvoglia perché coi parenti, si sa, va sempre a finire in noia anche quando ci si vuole bene.
Passa il tempo ed eccoci a fare i conti con la malattia della zia (recidiva devastante di un vecchio tumore dichiarato guarito) l’evento tragico ed inesorabile in cui, volenti o no, si è tutti coinvolti in una solidarietà difficile da gestire fatta di disponibilità ed impotenza, di sentimenti appannati dalla quotidianità che riemergono prepotenti.
 “Se hai bisogno ci sono. Chiamami in qualsiasi momento”. Pensi ininterrottamente alla cosa "giusta" da fare e ogni impegno "inderogabile" fino al giorno prima diventa magicamente derogabile, ma nello stesso istante in cui pronunci quelle frasi nella testa parte la vocina severa che fa sembrare stonato anche il più nobile proposito dell’ultima ora:
Dov’eri prima?; Perché non hai cercato di starle vicina quando era demoralizzata e ti telefonava? Certo la ascoltavi e la consolavi, ma chiusa nel tuo piccolo mondo fatto di mille e mille personalissimi casini ti sembrava che prestarle ascolto fosse la sola cosa che potessi fare!  Poi ti osservi da fuori e non puoi fare altro che biasimarti, tu e la tua solidarietà tardiva e deficiente.
Ed eccomi qui con lacrime di coccodrillo ed inutili sensi di colpa a non dormire pensando a cosa posso fare ora, quando tutti ormai sappiamo che l’unico sollievo di cui godrà avrà l’aspetto di una flebo o di una pastiglia della tanto desiderata terapia del dolore: l’ultima benedizione prima di quell’addio che segnerà la parola fine.

giovedì 26 aprile 2012

Vittorio Rullo: il fascino indiscreto della semplicità


L'impulso creativo di Vittorio Rullo non ha filtri e il gesto arriva alla pancia, ricettore delle emozioni più vere. La sua cifra artistica si afferra al volo perché nulla è più  intuitivo e spontaneo della sua opera.
Vittorio è nato a Catanzaro 52 anni fa ed è seguito dalla Cooperativa sociale Il Faggio di Savona che assiste soggetti con lievi disturbi della sfera psichica. Per la sua storia e il suo background si colloca nel filone Art Brut, termine coniato in Francia nel 1947 per definire l'attività di "artisti loro malgrado", che creano senza intenzioni estetiche, per una pulsione emotiva che si manifesta in una comunicazione immediata e sintetica, di grande efficacia pur nell'estrema semplicità dei mezzi. Ed è così che Rullo lavora: senza convenzioni formali, animato da puro istinto ed urgenza espressiva.
Quel che apprezzo della sua  febbrile produzione è il fatto che sia  totalmente distante dagli intellettualismi che spesso cementano il substrato degli artisti, indipendentemente dalla loro fama o grandezza. Seguirlo mentre lavora è un’esperienza indimenticabile. Vittorio modella la terra con passione ed enfasi quasi  infantile abbinata ad un’indubbia conoscenza tecnica. Il tutto arricchito da notevoli capacità di straniamento che lo rendono refrattario alle influenze esterne  e totalmente autentico.
Le sue sculture raccontano di ere arcaiche, di animali misteriosi e irsuti a volte in lotta tra loro, a volte feriti o vinti, di uomini e donne che si abbracciano con tenerezza o si accoppiano con estremo desiderio carnale. Se si chiede a Vittorio della sua arte, si mostra schivo, sminuendo senza esitazione un lavoro certosino acquisito in lunghi anni di esperienza. Perché lo fa? Perché per lui l'arte è solo l'istante della creazione.
Il mondo di Vittorio, che ha recentemente vinto il premio del pubblico alla rassegna "Artisti in mostra" tenutasi alla Fiera di Parma, non è solo popolato di animali in lotta per la supremazia, di uomini e donne sospesi in interminabili attimi di struggente dolcezza o in espressioni eroticamente ardite, ma anche  di presepi “laici” fatti di elementi semplici ed essenziali pur nella loro apparente complessità.
Vittorio quando crea non si compiace; manipola la terra con la forza della sua profonda autenticità e la anima rendendola eternamente viva grazie ad una visione fuori dall'ordinario,  carica di forza espressiva. 
A chiunque apprezzi il filone Art Brut suggerisco di fare un salto nel laboratorio albisolese di Marco Tortarolo  mentre Rullo è all’opera.  Lo troverete avvolto nella sua tuta bianca da operaio, quasi sempre assorto su un cumulo di terra che addizione su addizione o sottrazione su sottrazione, prenderà vita. Attendendovi l'artista con la "A" ricco di charme e dialettica, vi verrà il dubbio che non sia lui il Vittorio scultore e ceramista. Probabilmente non vi considererà granché, ma se avrete la pazienza di osservarlo, scoprirete la grande relazione di Vittorio con la materia. Per lui fare ceramica altro non è che l'estensione del sé, un fatto naturale come respirare. Non a caso, l’Art Brut di Rullo non nasce per il pubblico e non cerca apprezzamenti. E’ semplicemente vita.
Il suo linguaggio è schietto, crudo, senza fronzoli ed è il motivo per cui può anche non piacere. Ma se lo ami non potrai fare a meno di portare a casa un suo pezzo. In ogni caso, ed è questa la bellezza di Vittorio, a lui non importerà nulla, così come quando, all'inaugurazione delle sue personali, se ne sta un po' in disparte in attesa di darsela a gambe perché <troppa confusione> non fa per lui.


Vittorio Rullo nasce a Catanzaro il primo di aprile 1960. Si trasferisce a Savona giovanissimo. Qui, presso l’istituto Villa Zanelli apprende i primi rudimenti dell’arte della ceramica e scopre le proprie abilità di modellatore. I suoi lavori richiamano molto presto l’interesse del maestro Sandro Lorenzini che gli mette a disposizione studio ed esperienza. Da subito Rullo si concentrerà su figure essenziali realizzate con pochi semplici tocchi a partire dal vuoto attorno al quale la materia prende forma: animali, figure umane, scene erotiche e, più recentemente, personali reinterpretazioni del tema del presepe, realizzate con assoluta economia di gesti. In anni più recenti, grazie al ceramista Marco Tortarolo che lo accoglie nel suo studio in via Della Rovere ad Albisola Superiore, il repertorio si è esteso a soggetti più intimisti e personali mentre cominciano ad arrivare i primi riconoscimenti, mostre personali e la stima di storici e critici d’arte.





martedì 10 aprile 2012

Daniele Franchi, una vita in blues con Hendrix nel cuore

In attesa della presentazione ufficiale del suo primo disco, che avrà luogo il 20 aprile alle 22 a La Claque (Teatro della Tosse) di Genova, un'intervista a tu per tu con Daniele Franchi. 


La parola blues tatuata sul collo e molta voglia di esprimersi e far conoscere la sua musica. Genovese, 22 anni, Daniele Franchi ha fatto del blues una scelta di vita pur non legandosi ad un repertorio tradizionale ma abbracciando mondi che spaziano, senza vincoli o costrizioni, tra il rock e la canzone d’autore in una vocazione stilistica sempre strettamente connessa alla grande e calda madre.
Di quella musica, così immediata e sincera, Franchi predilige il mood intimista, l’essenza, l’attitudine emozionale: un bagaglio straordinario ed una scelta inevitabile per un musicista di Genova, città geneticamente blues.
Sostenuto sin dagli esordi da artisti liguri del calibro di Paolo Bonfanti e Guitar Ray Scona (Renato Scognamiglio),  Daniele Franchi ha avuto la splendida opportunità di averli con sé nella registrazione di alcuni brani del suo “Free Feeling”, primo disco da solista con  Davide Medicina al basso e Andrea Tassara alla batteria. Tra le special guest anche Francesco Piu e Sean Carney.

Il mio approccio al blues è soprattutto emozionale. Ritengo infatti che un repertorio per definizione semplice e spontaneo come quello del blues, sia credibile solo se suonato vivendone appieno l’emotività. Io, più che definirmi un bluesman, preferisco dire che porto nella mia musica quel tipo di atteggiamento, rifacendomi a grandi maestri come  Muddy Waters o Jimi Hendrix”.

Per te, che hai suonato la chitarra sin da bambino, cos'è la musica?
"Per me è la vita. Ho iniziato da bambino sapendo che era ciò che avrei voluto fare da grande. E’  un’esperienza che consiglio agli appassionati di qualunque strumento perché aiuta moltissimo nella crescita emotiva di un individuo, specie se adolescente. Poi per affrontare la quotidianità e le numerose difficoltà della professione occorrono grande determinazione e forza d’animo, ma anche nel caso in cui si dovesse decidere di fare altro nella vita, l’esperienza musicale resterà sempre un bagaglio e un valore".

Nel tuo disco ci sono importanti special guest, com’ è nata la collaborazione?
"Dalla stima reciproca e dalla voglia di sostenermi. Tutti loro hanno creduto nel progetto e mi hanno incoraggiato a procedere offrendomi la meravigliosa opportunità di essere presenti nel mio disco d'esordio. Mi ritengo molto fortunato perché suonare bene è da molti, ma non è scontato ottenere, da subito, la stima e la collaborazione dei colleghi di successo".
   
Tra i coloro che per primi hanno creduto in te chi vorresti ringraziare? 
"Sono grato a Zibba che mi ha inserito negli Almalibre a 19 anni, totalmente privo di esperienza, e mi ha insegnato molto offrendomi la possibilità di esprimere al meglio le mie potenzialità, fino ad arrivare alla scelta d'intraprendere la carriera da solista.
Ringrazio poi infinitamente la mia band, senza la quale non avrei realizzato questo lavoro, e la mia famiglia che mi sostiene da sempre>.

Del tuo primo disco, “Free Feeling” cosa ci racconti?
<Posso semplicemente dire che la musica è totalmente parte della mia vita e questo disco ne è la prova; l’ho scritto in un mese in coincidenza con scelte decise e radicali sia per la mia vita sentimentale, sia per quella professionale. In ogni brano c’è un pezzettino della mia storia e delle intense emozioni vissute di quel periodo >.

Progetti per il futuro?
<Ora si tratta semplicemente di andare avanti, lavorare e crescere, nella vita e nella musica, portando nelle  canzoni e nel mio modo di suonare tutto me stesso. E questo, per me, è decisamente  Blues!>

Alessandra Zacco, giornalista e blogger

Per saperne di più: www.danielefranchi.it 



La copertina del disco di Daniele Franchi

martedì 3 aprile 2012

Gioconda Belli, la scrittrice rivoluzionaria che VIVE SU VENERE

Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la 
tristezza inspiegabile, 
la noia o l’ansia sfrenata
di rassettare questa o quella stanza,
di cucire, andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con
ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti
in cui si annida una donna che avrebbe
voluto essere
uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi
splendenti stelle nove...
e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,
raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e
mi fanno desiderare di gonfiarmi come un
pallone per contenere
il Mondo, la Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo mille e una vita differente...
Ma devo ricordarmi che sono qui e che
Continuerò
ad anelare, ad afferrare frammenti di chiarore,
a cucirmi un vestito di sole, 
di luna, il vestito verde color del tempo
con il quale ho sognato di vivere
un giorno su Venere.
Gioconda Belli


Gioconda Belli nasce in Nicaragua, a Managua, il 9 dicembre 1948. La sua famiglia è di origini italiane: il bisnonno Antonio Belli (1865) era originario di Colma, piccola frazione del comune di Biella e di professione era agrimensore. Emigrato in Sudamerica,  partecipò alla costruzione del Canale di Panama; da cui si spostò in Nicaragua e dove conobbe e sposò Carlota Chamorro dando origine alla famiglia di Gioconda. Seconda di cinque fratelli, appartiene alla borghesia nicaraguense, cosa che le permette di studiare e di portare avanti gli studi prima in Spagna e poi in America, dove si diploma in Giornalismo a Filadelfia. Nel 1967, dopo la specializzazione in giornalismo, torna in patria e dopo poco tempo inizia a pubblicare le sue poesie su diverse riviste letterarie del suo paese, ottenendo i primi riconoscimenti in ambito nazionale. Entra a far parte nel 1970 del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, curandone le relazioni internazionali, ma è esiliata dal regime di Somoza in Costa Rica. Tornerà in Nicaragua per contribuire alla lotta di liberazione sandinista e, in seguito occuperà varie cariche all'interno del governo rivoluzionario, fino al 1994, anno in cui lascia la politica attiva a causa di alcune sue divergenze con il partito. Nel frattempo porta avanti la sua carriera lettearia, giungendo ai primi successi in ambito internazionale con la raccolta di poesie La costola di eva, che fu un successo in molti paesi sudamericani. Ma il vero successo internazionale arriva con il suo primo romanzo, La donna abitata, pubblicato nel 1989 e tradotto anche in molti paesi Europei e in Nord America.Dal 1990 Gioconda Belli vive a Santa Monica, in California, pur tornando spesso in patria, e continua la professione di scrittrice a tempo pieno.

sabato 31 marzo 2012

IN TEMPI DI CRISI, C'E' CHI VENDE LA FACCIA!

Il primo, a Berlino, ha deciso di vendere il suo bel faccione per 100 mila euro. I secondi, nel Regno Unito, hanno già guadagnato 32 mila sterline affittando i loro volti alla pubblicità e paiono destinati ad un business in crescita.
In tempi di crisi, non solo economica ma anche valoriale, c’è chi aguzza l’ingegno con il marketing fai da te ed un investimento pari a zero visto che la materia prima che utilizzano gliel'ha regalata madre natura. Senza arrivare alla drammatica cessione di un rene ecco l'idea: vendere la faccia!



Uwe Troeschel (nella foto), 42 anni, tedesco della Sassonia, ha messo in vendita il suo viso a tatuatori interessati a trasformarlo in opera d'arte. Ha pubblicato la sua storia sul quotidiano Bild e sembra abbia già trovato un cliente interessato al suo naso. Si tratta del titolare di una ditta di Berlino specializzata in prodotti per auto promozione. che sarebbe intenzionato a versare Uwe tra i 5 e i 10 mila euro.
Il volto del disoccupato berlinese è in vendita tramite tariffario così suddiviso: 50 mila euro per un tatuaggio sulla fronte; 20 mila per ogni guancia; 5 mila per il mento; 2 mila per il naso e 1.500 euro, infine, per il tratto di pelle delle mandibole. E' sempre il tabloid di Axel Springer a divulgare la foto di Uwe, con le cifre scritte sulle diverse zone del volto. Nel caso in cui nessun tatuatore si mostrasse interessato, Uwe si dedicherà alla pubblicità offrendo il suo volto per inserimenti promozionali, ovviamente definitivi.  «Molti pensano che il mio sia solo uno scherzo di cattivo gusto - ha detto Troeschel in un'intervista - ma io faccio sul serio. Mi fa molto piacere avere un primo cliente, ma aspetterò di aver venduto tutte le superfici del mio viso, prima di farle tatuare».
Non meno fantasiosi e disperati sembrano essere  Ross Harper e  Ed Moyse, laureati disoccupati dell’università di Cambridge, che dopo aver contratto un debito di 50 mila sterline per pagarsi gli studi, hanno deciso di azzerare il conto vendendo la faccia agli inserzionisti.
Ross Harper

«Abbiamo avuto così tante risposte negative quando abbiamo inviato i nostri curricula che abbiamo scelto una via alternativa», dice Ross Harper che si è laureato in neuroscienze.


Ed Moyse
E’ stato così che lui  e il suo collega, laureato in economia, hanno dato vita ad un'attività piuttosto redditizia. Prestando il volto a marchi pubblicitari guadagnano circa 120 euro al giorno, con punte fino a 400 euro. Vanno in giro per il centro di Londra attirando su di loro gli sguardi dei turisti incuriositi che giungono nella City da tutte le parti del mondo. La loro attività commerciale ha avuto inizio il 1 ottobre 2011 e avrà la durata di 366 giorni. la promozione avviene attraverso il sito web : http://buymyface.com/  dove si possono vedere gli impegni dei due amici che in sei mesi sono riusciti  ad entrare in affari con clienti del calibro di Ernst & Young. Fino ad oggi, con Buy My Face, il guadagno è stato di oltre 32mila sterline.
Il lavoro di Ed e Ross è più redditizio e meno faticoso di quello degli uomini-cartello che popolano il centro di Londra. Ragazzi che passano ore in piedi sul marciapiede mantenendo un palo con relativo cartello di pubblicità di ogni genere: ristoranti, fast food, negozi. L’idea risale al secolo scorso. Grazie all'evoluzione tecnologica e della comunicazione, l'idea dei due ragazzi è stata apprezzata in varie parti del mondo. "Abbiamo avuto richieste da Hong Kong, Stati Uniti e tutta Europa - sottolineano Ed e Ross - Quindi ci lanciamo sul mercato internazionale".

martedì 28 febbraio 2012

MELINA RICCIO POETESSA DI STRADA



Alcuni la definiscono “street artist d'avanguardia”; altri la seguono con macchine fotografiche e telecamere cercando ovunque le sue tracce. Su di lei sono stati aperti blog e realizzati video, ma chi è, veramente, Melina Riccio? Una donna di fede che sogna di riempire il mondo di poesia.
“Bevi l’acqua corrente che rende la gente intelligente; lascia l’acqua stagnante che fa la gente ignorante”; “Apri il tuo cuore e ricevi amore. Ama la spazzatura che non è la vera lordura” . 
Queste alcune delle sue frasi più celebri ma Melina, che anche a tu per tu e nelle  rare interviste parla in rima, di poesie ne sforna ogni momento.  Nata ad Ariano Irpino in provincia di Avellino oltre mezzo secolo fa, la Riccio vive a Genova con un’unica ambizione: “salvare l'umanità con messaggi d’amore, pace, ambientalismo, giustizia”. Le sue brevi poesie scritte, cucite, inserite in collage ed installazioni, si possono leggere anche a Torino, Milano, Rimini, Roma, Salerno e il mio ultimo avvistamento è stato, qualche giorno fa, alla stazione di Varazze (Savona), grazie ad un’amica che me l’ha fatto notare.
Il suo Tag corrisponde al suo nome e cognome ed è inconfondibile, con la M che diventa un cuore sorridente e si conclude con una stella. La grafia è elegante, pulita. Per questo si nota. Chi l’ha conosciuta dice che è dolce e ha una frase gentile per tutti. Se si è fortunati si può anche ricevere in dono un piccolo cuore di stoffa con la sua firma cucita. Racconta Folco di Milano :
 “Mi ha fermato un paio d’anni fa a Parco Sempione per raccontarmi una filastrocca, regalarmi un fiore di stagnola con un cuoricino di pezza rossa  e dirmi che il fumo  fa male e che fumando avrei fatto solamente il bene del male, che é il denaro, che é il capitalismo, che non c’entra nulla col mondo. Non ha voluto soldi. E’ stata gentile e io me la ricordo, lei e il suo discorso, e credo fosse proprio quello che voleva. Farsi ricordare”.
Per molti Melina è una barbona, un’anormale, una disadattata, ma lei non chiede niente e ci regala il suo cuore e i suoi semplici versi. Trovare una mattina sotto casa un suo messaggio rosa sul bidone sporco della spazzatura, penso non sia altro che pura poesia. 


Melina Riccio

sabato 25 febbraio 2012

"QUALCUNO IN BAGNO SI STA DIVERTENDO": SESSO A SCUOLA TRA QUINDICENNI




La scena è nota: due quindicenni dell’istituto per ragionieri di Bassano del Grappa sono stati sorpresi il 18 febbraio scorso durante l’orario di lezione, mentre facevano sesso nel bagno dei maschi.
A scoprirli è stato un compagno che al rientro in classe ha commentato: "Qualcuno in bagno si sta divertendo". Com’era prevedibile la notizia si è diffusa in un lampo, dentro e fuori la scuola, anche grazie alla cassa di risonanza di Facebook. 
I dirigenti dell’istituto hanno reagito in modo sorprendente: entrambi gli alunni sono stati sospesi, ma con misure differenti; un giorno a lui e ben quattro a lei per “l'aggravante” di essere entrata nei bagni maschili. In sostanza, per il preside, il problema non era tanto fare sesso a scuola ma farlo nel bagno sbagliato!
Con questa singolare punizione penso che la scuola abbia perso un’occasione: offrire ai ragazzi la possibilità di parlare liberamente di sesso, analizzando la realtà senza falsi moralismi e provvedendo a fornire loro un’adeguata informazione. Il tutto evitando le inutili sospensioni. 
Il primo dato da non sottovalutare è che si è notevolmente abbassata l’età della “prima volta”, ma non è aumentata, in proporzione,  l’educazione sessuale nelle scuole, dove ormai neppure gli insegnanti di Scienze contemplano più l’idea di parlare di questi argomenti con i loro alunni.
Il secondo dato su cui riflettere è che si sono amplificate ad ampio raggio le occasioni tramite le quali i ragazzi vengono a conoscenza della sessualità, ma non quella sana, fatta di curiosità, reciprocità e scoperta,  bensì quella distorta ed esibita fino alla nausea in video, tv, pornografia.
Di fronte a tanti vuoti la domanda che dovremmo porci è: come salvare i nostri figli da una concezione consumista del sesso? Come fornire un’informazione adeguata e non bacchettona, evitando che ciò che riguarda il meraviglioso mondo della  sessualità arrivi loro in faccia come un pugno, nei suoi aspetti peggiori, navigando sul web?
Se per un ragazzo di 15-16 anni vedere in rete le mille donnine nude e semi nude può essere fonte di sogni ed eccitazione, come potrebbe non provare le stesse emozioni guardando le foto postate su Facebook delle tante teenager che si atteggiano a Lolite proponendo un modello imitato, usurato e squallido?
E qui entrano in ballo i genitori. Possibile che non si accorgano di nulla? Possibile che non ci siano parole per spiegare ad una figlia che la donna è altro da questo? E ancora: possibile che in Italia il regalo più ambito dalle ragazze che superano l’esame di maturità siano un paio di tette al silicone? Possibile che le famiglie non dicano: poiché ti voglio bene, niente protesi ma solo doni al tuo cervello. Gli 8 mila euro dell’intervento usali per vedere il mondo (ma poi si possono fare regali tanto costosi per una banale Maturità?)
Le ragazze sono le prime e più facili prede del cliché imposto da un mondo ancora troppo maschile. Ecco allora il proliferare di profili di minorenni  più nude che vestite, disinibite e dal linguaggio esplicito. Da “Sex and the City” a "Secret Diary of a Call Girl" (Diario di una squillo perbene), ai videoclip dei rapper e in generale di tutta la neo-cultura di colore, il messaggio che passa è uno e uno soltanto: la donna, per essere attraente e “mostrare gli attributi” deve essere svestita, disponibile, accessibile.
Accade così che precoci e procaci teenager conciate da “Squillo perbene” o “Lady Bourlesque” soppiantino bellezze  acqua e sapone perché i maschietti, vittime a loro volta del bombardamento che li riguarda, notano solo quelle che somigliano ai modelli imposti dai media.
Seguo con attenzione il mondo dei Social Network, cerco di decodificare i messaggi indirizzati al pubblico giovanile che passano in tv e devo dire che la donna non ne esce mai a testa alta perché vittima del pericoloso misunderstanding che confonde emancipazione con disponibilità sessuale. Tale stravolgimento dei costumi, in barba alle sudate lotte del Movimento delle Donne, porterà a conseguenze sociali e antropologiche che saremo in grado di valutare solo tra molto tempo.
In una scuola media della provincia di Savona, lo scorso anno, girava tra gli studenti un tariffario redatto dalle ragazze: 10, 20, 30, 50 euro a seconda della prestazione sessuale. Il tutto per l’acquisto di una ricarica di cellulare o per potersi permettere borsa o scarpe griffate. Un caso tanto emblematico suggerisce emancipazione, intraprendenza o prostituzione? 
Penso che i primi responsabili di tanto degrado siano i genitori che continuano a vedere i figli come teneri virgulti e non si rendono conto della realtà. Il mondo cambia. La società cambia. I costumi cambiano. Quindi, tornando al caso di Bassano del Grappa, ritengo che  anziché sospendere i due quindicenni, il preside avrebbe dovuto aprire un confronto con i ragazzi e le loro famiglie per interrogarsi sui modelli che inducono a determinati comportamenti.
Da madre di un maschio ritengo doveroso insegnare a mio figlio che le ragazze sono da rispettare, a partire dall’offrire loro un posto diverso dal bagno di una scuola per fare l’amore. A mia figlia adolescente ho sempre spiegato che lei e solo lei poteva disporre del suo corpo; che il sesso era un valore e sarebbe stato bello farlo con sentimento e con un ragazzo responsabile (meglio se con un preservativo in tasca). Ad entrambi, infine, ho cercato di trasmettere una mia profonda convinzione: il corpo è una cattedrale, un "luogo" sacro e magico che non si devasta buttandosi via con droghe, alcol o sesso squallido.
Ma se contro le mie convinzioni un bel giorno, entrambi, decidessero di trasformarsi in “sex machines”, mi piacerebbe fosse una libera scelta e non una modalità dettata dalla moda. 
Di questo e non solo di regole sull’utilizzo dei bagni dovrebbero parlare, a mio parere, insegnanti, genitori e ragazzi della scuola di Bassano del Grappa. 

Capodanno

Fino al 1 gennaio 1968, per me Capodanno era la festa in cui i grandi stappavano champagne, si baciavano sotto il vischio e si auguravano co...